Nel campionato di serie A di basket c’è una squadra che ha giocato le sue ultime due partite in meno di cinque minuti ciascuna finendo con un solo giocatore in campo ed è stata eliminata dalla competizione. Nel campionato di serie C di calcio c’è una squadra che colleziona punti di penalizzazione, 15 in totale dall’inizio della stagione, per continue violazioni amministrative. Le due squadre hanno in comune una città, Trapani, e un proprietario, Valerio Antonini. E soprattutto offrono lo spunto per raccontare una storia che poco ha a che fare con lo sport, ma che invece lambisce il variegato mondo delle favole, intese sia come surrogato fallace della realtà che come contenitore di metafore. Quelle dei pifferai di Sicilia.
Valerio Antonini, imprenditore romano, nel giro di tre anni a Trapani ha comprato il comprabile: la squadra di calcio, quella di basket, ha fondato una società apposita, la Sport Invest, per gestire meglio il tutto. Ha persino incassato un contributo di quasi 300.000 euro dalla Regione per un progetto di valorizzazione turistica della Sicilia che, dinanzi alle figuracce recenti delle sue squadre, suona come una beffa. Ha anche rilevato con scarsa fortuna Telesud, una tv privata che oggi va verso la liquidazione, per governare l’aspetto mediatico delle sue attività. La comunicazione è un pallino di questo imprenditore cresciuto economicamente tra Iran, Cuba, Venezuela, Uganda, Turchia, Messico, Ucraina e via esportando. Tanto che si è fatto lui stesso portatore di notizie col “Tg Antonini”, un appuntamento online in cui ogni santa sera che il Signore manda su Trapani commenta, attacca, sbeffeggia gli avversari, profetizza, impartisce verità su tutto ciò che lo lambisce: politica, sport, diatribe cittadine, emergenze piccole e grandi. L’Antonini pensiero non ha confini, come l’espandersi dei suoi affari. Solo che la Sicilia, terra di pifferi e sentimenti mutevoli, accoglie e respinge senza passare dal via con un’emivita del sentimento lunga come un’alzata di spalle. Lo stesso sindaco di Trapani che gli aveva conferito la cittadinanza onoraria diventa un nemico, i tifosi che quasi lo celebravano come un santo patrono (anzi patron) gli voltano le spalle dopo il disastro delle loro squadre del cuore. E a poco vale, ai loro occhi, il più luminoso dei trascorsi del mancato santo Antonini, cioè la sua collaborazione con Diego Armando Maradona. Così la Sicilia esorcizza l’occasione perduta della mano lesta di Dio.
Dev’essere una maledizione, perché la storia dell’Isola è densa di apparizioni di prodi cavalieri votati, per vocazione o per fato, al disarcionamento. Sono storie che spesso finiscono malissimo e in cui l’enfasi del matrimonio con la coscienza collettiva si annulla puntualmente nel funerale di un oblio crudele.
Restando nell’ambito sportivo, la vicenda di Paul Baccaglini è un esempio emblematico. Imprenditore italo-americano, ex inviato della trasmissione televisiva “Le iene”, ex cestista ed ex molto altro, nel 2017 viene presentato dal presidente del Palermo Calcio Maurizio Zamparini come suo successore alla guida del club. Dopo una lunga serie di formalità a favore di telecamera e la firma di un precontratto, Baccaglini venne nominato presidente. A suggellare l’impegno si fa tatuare sul petto un’aquila rosanero (il simbolo della squadra). Tuttavia, con il passare dei mesi, la firma definitiva non arriva. Sin quando Zamparini è costretto a tornare sui suoi passi e ad annunciare l’annullamento dell’accordo per “mancanza di sufficienti coperture finanziarie”. Baccaglini, stavolta evitando le telecamere, si dimette da presidente: mai verranno fugati i dubbi sulle sue reali possibilità economiche. Zamparini dichiara che “dietro di lui c’è il nulla” e che Baccaglini voleva acquistare il Palermo con venti milioni a rate. La tifoseria è costretta a mettere in soffitta speranze e striscioni di buon auspicio come quello che aveva riempito la curva Nord dello stadio Barbera: “Benvenuto Paul, diamo luce ai nostri colori”. Nel settembre scorso Baccaglini si è tolto la vita nella sua abitazione di Segrate. Anche Maurizio Zamparini non c’è più, stroncato da una malattia e fiaccato dal dolore della perdita improvvisa del figlio ventitreenne. Anche Maurizio Zamparini ha incantato col suo piffero, ma la sua musica ha lasciato un segno positivo nella memoria dei palermitani che grazie a lui hanno vissuto stagioni di rara esaltazione sportiva. Duro di carattere e di tempra, si lasciò tentare dalla politica e nel 2011 fondò il “Movimento per la gente”, un’entità civica che mirava a risolvere i problemi dell’economia siciliana. Progetto ambizioso e labile che si spense con la stessa rapidità con cui era stato partorito.
Generalmente i siciliani sospettano di tutti, tranne di chi pensa in grande, di chi maneggia con disinvoltura la megalomania. Per raccontare il caso più clamoroso di seduzione sociale improvvisa dobbiamo tornare all’estate 1990, quando a Palermo non c’è solo la febbre dei Mondiali di calcio con i gol dell’eroe di casa, Totò Schillaci. In quell’estate nasce un miracolo collettivo, il miracolo dell’affare della vita, quello che potrebbe cambiare tutto in un batter d’occhio. Gira voce che c’è un tale, un ragioniere dalle mani d’oro, che moltiplica i soldi. Tipo gli dai un milione, due, cinque e lui nel giro di poche settimane te li raddoppia. E non fa niente se quel ragioniere si fa chiamare avvocato anche se avvocato non è. L’importante è che il miracolo si compia. Il pifferaio si chiama Giovanni Sucato e vive a Villabate, anzi a Pomara una frazione di Villabate. Ha 26 anni e si è inventato un futuro in modo improvvido. Raccoglie soldi e come ricevuta scrive due righe su pezzi di carta: sono e saranno sempre questi i suoi unici documenti ufficiali, la sua unica garanzia. Due righe e una firma. Il bello è che lui paga davvero. È così che nasce la leggenda del “mago dei soldi”.
Sucato comincia a raccogliere clienti nella sua villetta di Pomara. Si inizia anche con 10.000 lire. Ma ben presto il minimo diventa 5 milioni e poi 10 milioni. I giocatori si organizzano in cordate e l’affare diventa talmente grosso che gli sportelli bancari di Villabate registrano cali vertiginosi di depositi e risparmi. Nel giro di poco tempo tutto il business si trasferisce a Palermo dove “il mago dei soldi” stabilisce il suo quartier generale presso la Suginvest Corporation – Sucato Giovanni Investimenti, una ditta individuale – con sede in via Mariano Stabile. Sta al secondo piano di una palazzina modesta – due stanzette, un paio di scrivanie – ma in posizione cruciale, tra la strada del mare che collega Villabate a Palermo e l’arteria del centro, via Ruggero Settimo, che avvicina l’ambizione di Sucato al cuore glam della città.
Ma come fa a moltiplicare i soldi?
Il sistema adottato è quello del cosiddetto “schema Ponzi”, che non è una novità di quegli anni ’90, perché in realtà risale ai primi del Novecento. Il suo ideatore, Carlo Ponzi nacque nel 1882 e nel 1903 arrivò a Boston con soli 2 dollari e mezzo in tasca, mise su da nulla un patrimonio, perse tutto nel giro di qualche anno, si fece un po’ di carcere e morì in miseria nel 1949. Lo “schema Ponzi” consiste in un’attività truffaldina nella quale chi entra per primo ottiene ritorni economici a spese di chi arriva dopo. In pratica si tratta di una specie di “catena di Sant’Antonio”, nella quale vengono promessi interessi molto elevati, pagati agli “investitori” (le virgolette sono d’obbligo) mediante il denaro apportato dai nuovi soggetti che via via aderiscono allo schema. Il gioco funziona fino a quando resta elevata la capacità di attrarre nuovi partecipanti. Quando, invece, il nuovo denaro in entrata non riesce più a coprire gli interessi promessi a coloro che già sono coinvolti nello schema, il circuito si blocca, manifestando la sua natura ingannevole. È una tipologia di truffa che non patisce i segni del tempo, essendo stata utilizzata anche nei decenni seguenti, ad esempio, da Bernard Madoff per uno degli imbrogli più eclatanti di tutti i tempi, e da Gianfranco Lande noto come il ‘Madoff dei Parioli’, condannato per una truffa da 300 milioni di euro ai danni di migliaia di risparmiatori della cosiddetta ‘Roma bene’.
Tornando agli anni Novanta, a un certo punto Sucato non paga più. E sono guai. Il “mago dei soldi” fugge, ritorna, cerca di farsi arrestare perché ha capito che a piede libero corre gravi rischi. Poi sparisce. Lo ritrovano la mattina del 30 maggio 1996 nella sua auto, sulla strada a scorrimento veloce Palermo-Agrigento. Il corpo è carbonizzato e non si saprà mai la vera causa dell’incendio. Omicidio, suicidio, incidente: neanche l’autopsia svelerà il mistero. La sua storia ispirerà, qualche anno dopo, Andrea Camilleri per il romanzo “L’odore della notte” e avrà anche qualche eco artistica meno indimenticabile come una musicassetta di alcuni neomelodici catanesi che, prendendo in giro i poco amati cugini palermitani, metteranno in commercio con titoli come “Carissimo Sucato”, “Tarantella per Sucato” e “La speranza di Sucato”.
Palermo come Hamelin, la città in cui è ambientata la leggenda del “Pifferaio magico” ripresa dai fratelli Grimm, anche se non sono bambini e topi attirati in trappola dal musico senza scrupoli, bensì i lavoratori di un’intera fabbrica, la Keller, fondata nel 1985 e in cresciuta sino al 1993 nel settore della realizzazione di carrozze per le ferrovie. A un certo punto l’azienda non riesce più ad avere commesse, boccheggia tra i debiti, circa 100 miliardi di vecchie lire. I dipendenti restano senza stipendio. Si presentano i libri contabili in Tribunale. Poi arriva l’amministrazione controllata. C’è un nuovo vertice, sembra la svolta. Ma è un’illusione. All’inizio del 1999 la Keller viene venduta al gruppo Metz di Kurt Maier, un altoatesino che si spaccia per imprenditore, accolto con tutti gli onori da Confindustria a Palermo e dalle istituzioni che sbavano per la felicità. Maier, il salvatore. Maier, l’eroe che viene dal freddo. Maier, il capitano coraggioso. Manco il tempo di smaltire la sbornia di entusiasmo che arrivano i primi segnali di crisi: dopo pochi mesi gli stipendi non vengono più pagati. Il gran condottiero pensa bene di sparire, lasciando le casse della società completamente vuote. Pochi giorni dopo si saprà che aveva qualche problemuccio pregresso in Germania di cui nessuno in Sicilia si era curato, tra una celebrazione e l’altra: Maier infatti finisce in arresto per truffa su ordine delle autorità tedesche. Quando rientra a Roma scattano le manette della guardia di finanza per bancarotta fraudolenta, truffa aggravata, false comunicazioni sociali, appropriazione indebita. Il salvatore della Keller, secondo i magistrati, avrebbe sottratto all’attivo societario beni per circa 27 milioni di euro. Non se ne seppe più nulla. Oggi dell’azienda resta solo la denominazione del luogo in cui sorgeva, l’”Area Keller”, come sinonimo di abbandono.
Questa storia di condottieri del piffero, di ammaliatori di folle non può non includere il suo capitolo più irritante e respingente, e al tempo stesso paradigmatico e realistico. Quello della politica. Salvatore Cuffaro – tornato al centro delle vicende giudiziaria per il suo coinvolgimento in un’indagine della procura di Palermo che gli contesta i reati di corruzione e turbativa d’asta, indicandolo come il vertice di un’organizzazione per delinquere insieme con dirigenti e funzionari pubblici, imprenditori ed esponenti politici – incarna una visione di gestione del consenso in cui la sfida all’impossibile diventa manovra per il possibile, espediente e strategia, bacio e sfregio. Per averne un’idea concreta non serve rievocare la condanna per mafia, lo sdegno effettistico dello slogan “via i corrotti dal palazzo”. No, è sufficiente scorrere l’elenco dei partecipanti alle sue adunate pubbliche e private. Professionisti, artisti, amministratori di ogni livello, cittadini qualunque che sognano un futuro non qualunque, inquisiti che lo erano o in pectore, compagni di avventure e di sventure, neo-adepti folgorati sulla via di Raffadali. Tutti in coda per omaggiarlo, nel posto che non ha usurpato, ma che si è guadagnato con una strategia senza precedenti: la cura del consenso restando fuori da ogni carica politica effettiva, un concorso esterno in coltivazione intensiva del potere. Salvatore Cuffaro è riuscito a trovare il piffero universale che incanta e rimbambisce senza distinzioni di censo e di fedina penale: dal carabiniere al poliziotto, dall’avvocato al medico, dal compare di paese al cittadino snob. Non c’è usurpazione di ruoli, non c’è da gridare al golpe: il potere, Cuffaro non lo ha conquistato, ma lo ha reinventato. Un pregiudicato per mafia che cade e risorge tra folle plaudenti non si era mai visto, almeno a piede libero. Le intercettazioni, che hanno il non trascurabile difetto di cristallizzare discorsi avulsi dal contesto, servono ai magistrati per la parte, diciamo, tecnica. Il corpo del reato, se ne esiste uno, va cercato lontano da quei verbali. Nel profluvio di messaggi di solidarietà a mezzo social, nella congerie di nomine e favori che lo circonda come un’aura, nelle corpose adesioni al suo vecchio-nuovo partito che oggi cerca disperatamente un altro vertice, come una fenice senza ceneri da cui risorgere.
Un altro al posto suo, dopo la condanna per un reato grave, avrebbe camminato a capo chino. Gli amici magari non lo avrebbero abbandonato, ma avrebbero evitato di mostrarsi in pubblici abbracci e risate con lui. I politici avrebbero marcato una distanza. Insomma poteva essere passeggiata ai giardinetti, invece è stata marcia trionfale.
La verità della celebre fiaba dei Grimm sulle folle in processione suona come un epitaffio: amavano la musica del pifferaio al punto di dimenticarsi di se stessi.


