La facile arte dei pataccari

Ma sì, oggi sul palcoscenico della grande recita c’è lui, Pietro Amara, l’avvocato siracusano che, non avendo più nulla da perdere, si è messo a sciabolare, a destra e a manca, contro il sistema della giustizia parallela: quella costruita nei sotterranei del potere, quella fatta di complicità e trame oscure, quella orchestrata da pupari invisibili, corrotti e spregiudicati. E’ lui che oggi domina il boccascena, seguito a ruota da un altro fantasista della verità: quel Maurizio Avola, di professione assassino e mafioso pentito, che non potendo più vantare alcuna credibilità presso le procure e i tribunali di mezza Italia, si è consegnato nelle mani di Michele Santoro, vecchio santone del giornalismo inquisitorio, per un ultimo coup de théatre; o per un ultimo depistaggio, dipende dai punti di vista. Sono i nuovi pataccari. Sono i nuovi giocolieri del dire e del non dire, quelli che sanno travestirsi un giorno da vittime e un giorno da giustizieri, che sanno come declamare il grand guignol dei propri delitti e delle proprie scelleratezze, che sanno come stregare magistrati e investigatori, che sanno come attivare la gran cassa dei giornali e dei talk-show e nel frattempo godersi, non senza un filo di narcisismo, le luci della ribalta.

Sono gli eredi di Massimo Ciancimino, il più grande pataccaro della giustizia italiana, il figlio di Don Vito, il mafioso che fu sindaco democristiano di Palermo, ma anche grande amico in doppiopetto di Totò Riina e Bernardo Provenzano, i sanguinari corleonesi delle stragi, i boss che tra maggio e luglio del 1992 massacrarono, nell’attentato di Capaci e in quello di via D’Amelio, il giudice Giovanni Falcone e il giudice Paolo Borsellino.

Per una vita intera, Massimuccio aveva seguito il padre in tutte le sue peregrinazioni malavitose e in tutti i suoi sporchi affari. Gli faceva da spalla. Lo accompagnava soprattutto nel salone da barbiere dove Don Vito incontrava il misterioso signor Lo Verde, un nome sotto il quale si nascondeva l’identità di Bernardo Provenzano, latitante da oltre trent’anni. E intanto si intestava il malloppo, messo insieme dal capofamiglia in anni di speculazioni e di azzardi finanziari, di complicità e di ruberie.

La sua storia è un modello per tutti i pataccari che, come Pietro Amara o Maurizio Avola, vorranno in futuro calcare le aule giudiziarie. Perché lui – e dite se poco – pur di salvare i “piccioli” si inventò la trattativa tra alcuni settori deviati dello Stato e i più spietati boss di Cosa Nostra. E poiché a Palermo c’erano dei magistrati che per anni avevano girato attorno al fascicolo sempre aperto dei cosiddetti “sistemi criminali”, l’invenzione di Massimuccio fu accolta come manna dal cielo. Antonio Ingroia, a quel tempo procuratore aggiunto, annunciò il gaudium magnum e battezzò il nuovo pentito come una “icona dell’antimafia”. Il fratello di Paolo Borsellino, colto da un’improvvisa ubriacatura per la verità che finalmente veniva fuori, se lo abbracciò e baciucchiò pubblicamente. Francesco La Licata, tra i più autorevoli giornalisti antimafia, si accaparrò l’esclusiva e pubblicò nel 2010 con Feltrinelli un libro a quattro mani nel quale il figlio di Don Vito, definito “testimone di eccezione”, finalmente rivelava “le relazioni segrete tra Stato e mafia”. Era fatta. Da quel momento Massimuccio non puzzava più di intrigo o di malaffare, ma emanava il profumo della legalità. Quelli che prima lo avevano evitato come la peste, ora lo cercavano per intervistarlo, per invitarlo nella trasmissione di Santoro & Travaglio, per farlo parlare dei rapporti malsani di Marcello Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi, con i malacarne di Sicilia. E lui, l’icona antimafia, non si tirava mai indietro. Si era trasformato nel ventriloquo di Don Vito, morto nel 1999. Non aveva bisogno di alcuna fonte. Bastava attribuire ogni parola al padre.

E se la memoria non gli veniva in soccorso rovistava nelle carte abbandonate in un baule di casa: tirava da quell’archivio un brandello di verità e ci costruiva attorno tutto ciò che i magistrati, o Santoro o Travaglio volevano sentirsi dire. Una sofisticata intelaiatura di pensieri e opinioni, di detti e contraddetti, sui quali comunque prima Ingroia e poi Nino Di Matteo hanno costruito un processo colossale, con imputati eccellenti – dal generale dei Ros, Mario Mori, a Totò Riina – e con sospetti che hanno aleggiato per quasi dieci anni sui principali palazzi del potere romano, primo fra tutti il Quirinale. Roba da fare tramare la Repubblica.

Il teatro ideale per un pataccaro è quello che contempla, va da sé, un’organizzazione segreta. La mafia o una loggia massonica: organizzazioni che non prevedono né una sede né un elenco degli iscritti. Un mondo occulto del quale potrebbero parlare gli iniziati. Che in quanto tali però si guarderanno bene dal rivelare un dettaglio o dal confermare le dichiarazioni di un traditore. E’ il segreto che si morde la coda. Ricordate come ha risposto Michele Vietti, ex vice presidente del Csm, messo di fronte all’illazione di Amara che lo ha collocato addirittura ai vertici della fantomatica Loggia Ungheria? “Sarà così segreta che la ignoro io stesso”. Come si fa, del resto, a provare di non appartenere a un’associazione di incappucciati?

Anche Massimo Ciancimino, all’inizio si trovò di fronte, alla necessità di smontare l’obiezione avanzata dagli ufficiali dei Ros, raggruppamento operativo dei carabinieri, incriminati da Ingroia e Di Matteo. Mario Mori e Antonio Subranni erano stati costretti a fronteggiare, negli anni delle stragi, un fiume di sangue. E avevano cercato in ogni modo di trovare una breccia nel muro di omertà per individuare i responsabili e porre fine a quella scia di morte e di terrore. Certamente erano andati a bussare alla porta di Don Vito, già “bruciato” da inchiesta di Falcone che lo aveva spedito al carcere di Rebibbia. Ma la normale attività investigativa non poteva appagare le ambizioni di chi voleva invece riscrivere, per via giudiziaria, la storia d’Italia. Serviva la trama romanzesca di un patto scellerato: da una parte i boss che consegnavano un “papello” con richieste ricattatorie e, dall’altro lato, uno Stato che cedeva al ricatto pur di chiudere la nefasta stagione delle stragi. Solo così il processo del secolo avrebbe potuto intrecciarsi attorno all’articolo 338 del codice penale, quello che prevede l’attentato al corpo politico dello Stato, e finire davanti a una corte di assise, evidentemente composta da una giuria popolare molto più sensibile, rispetto a un collegio di soli togati, ai sentimenti dell’opinione pubblica e agli umori creati da giornali.

Su questo punto il pataccaro Ciancimino ha il colpo di genio. Si inventa la figura, sfuggente ed enigmatica, del “signor Franco”: l’uomo dei servizi segreti, ovviamente deviati, che affianca e assiste il padre prima di ogni incontro con Mori e gli altri rappresentanti dello Stato. L’uomo che sorveglia e incoraggia la Trattativa, che prende in carico il “papello” scritto – ma in stampatello, ci mancherebbe altro – niente meno che da Totò Riina in persona. Questo personaggio per oltre un anno esce ed entra dalle case dei Ciancimino, disseminate tra Roma e Palermo. Incontra se necessario anche il misterioso signor Lo Verde, alias Bernardo Provenzano; traccheggia con misteriosi emissari del ministero e garantisce su ogni mossa avventata una puntuale protezione dello Stato. Ma, pur avendo un padre che parla e straparla; e pur avendo non una ma mille possibilità di chiedere all’uomo misterioso uno straccio di nome e cognome, il pataccaro non pone mai una domanda al signor Franco e preferisce dirottare sul teatro delle evanescenze: sa che quell’uomo è dei servizi segreti, ovviamente deviati, ma non saprà mai come si chiama. Per lui – e per i magistrati che lo governano – basta l’alone del mistero. Anzi, l’odore dello zolfo. Tutto il resto è da intuire, da intendere e sottintendere. La patacca è come l’eleganza di Lord Brummel: per essere perfetta deve contenere almeno una imperfezione. O come l’Aria sulla Quarta Corda di Johan Sebastian Bach che per essere suonata ha bisogno di una variante, di una tonalità diversa da quella fissata sullo spartito.

Diciamolo: la nebbia dell’evanescenza è un attrezzo di scena di cui i pataccari non possono fare a meno. Prendete l’avvocato Amara. Parlando della Loggia Ungheria, lui non cita mai un luogo geometrico dove le riunioni avvengono. Né un luogo né un tempo. Non parla di grembiuli, di compassi né di riti di iniziazione. Lancia in aria un dettaglio – un presunto affiliato lo salutò un giorno con una stretta di mano simile a quella in uso tra i massoni per riconoscersi tra loro – e lo adorna con allusioni, con insinuazioni e velenosi ammiccamenti. Poi prende un caso, ad esempio l’incarico dato dal curatore fallimentare di Acqua Marcia all’ex premier Giuseppe Conte, e spaccia sottotraccia il sospetto che quell’incarico sarebbe stato frutto di una consorteria interna alla famigerata Loggia. Un metodo che la Loggia applica – questo il sottinteso – per favorire chissà quanti altri amici e conventicole.

Un altro attrezzo di scena necessario per la patacca è la presenza di un morto al quale ricondurre gli snodi più delicati della narrazione. Massimo Ciancimino ha costruito tutte le sue rivelazioni, chiamiamole così, attorno alla buonanima del padre, alle cose che il vecchio e malvissuto Don Vito gli ha detto o scritto. E che, per il fatto stesso di essere morto, non può ovviamente né confermare né smentire. L’avvocato Amara, invece, tira dall’al di là l’ex capo del Dipartimento delle carceri, Gianni Tinebra, morto nel 2017, al quale attribuisce la regia di tante inconfessabili trame del potere giudiziario. E lo fa in particolare quando avverte il bisogno di “mascariare” Sebastiano Ardita, oggi procuratore aggiunto di Catania e membro del Consiglio superiore della magistratura: non lo accusa di essere un affiliato della Loggia, ma un sodale di Tinebra che di quella loggia però faceva parte a pieno titolo. E come fa Ardita a smentire l’insinuazione di Amara visto che effettivamente ha lavorato al Dap, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, in un ufficio a fianco a quello di Tinebra?

I pataccari hanno un sesto senso per la geografia delle vicinanze. E anche per il culto del verosimile. Al tempo delle acclamazioni da parte dell’antimafia e delle processioni tra le redazioni dei giornali e gli studi televisivi, Massimo Ciancimino credette di toccare il cielo con un dito. Aveva la protezione della procura antimafia, la scorta, persino il libero accesso – se ne vantava pubblicamente – ai computer di Ingroia; e tutto questo gli conferiva un senso di impunità. Al punto che un giorno, avendo forse intuito che i magistrati avevano fame e sete di coinvolgere nella Trattattiva l’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, prese un appunto infamante abbandonato dal padre in uno scatolone e, giocando con la fotocopiatrice, ci appiccicò sopra quel nome. Non l’avesse mai fatto. De Gennaro, vecchia volpe, sventò facilmente il gioco e presentò una denuncia per calunnia. Si scoprì pure che del “papello” mancava l’originale e c’era solo una copia fotografata chissà come e chissà dove. E si scoprirono anche ventitré candelotti di esplosivo che l’icona dell’antimafia teneva nascosti nel giardino di casa, in via Torrearsa, a Palermo. Un disastro.

Massimuccio finì in galera. E i magistrati dovettero faticare non poco per sostenere davanti alla Corte d’Assise, presieduta da Alfredo Montalto, che l’impianto accusatorio comunque reggeva anche se era tragicamente franata la credibilità del principale testimone d’accusa. La sentenza di primo grado ha accolto le loro tesi. I giudici popolari non se la sono sentita di mandare a gambe per aria un processo durato cinque anni e hanno combinato condanne pesantissime per tutti gli imputati: da Mori a Subranni, da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà, dal colonnello Giuseppe De Donno al boss Leoluca Bagarella. Resta da vedere che cosa stabilirà la sentenza d’appello, attesa per il prossimo luglio.

Intanto Massimuccio – e va detto con pena sincera – ha perso tutto: i soldi, la famiglia, anche la salute. E’ stato spremuto e buttato nella spazzatura. Vive in regime di semilibertà lontano da Palermo. Ma non lo cerca più nessuno: né i magistrati che lo hanno travestito da icona dell’antimafia, né Salvatore Borsellino che lo ha ricoperto di abbracci e baci, né i giornalisti che lo hanno portato in processione come una Madonna pellegrina. Le luci si sono spente. Sul teatro delle evanescenze è sceso il silenzio. Un pataccaro non è per sempre.

Giuseppe Sottile :

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