Da oggi potete trovare in libreria “Palermo di chitarra e coltello”, il nuovo romanzo del nostro direttore, Giuseppe Sottile, edito da Einaudi Stile Libero. Il libro è stato presentato in anteprima su La Lettura, l’inserto letterario del Corriera della Sera, da una recensione di Ilaria Sacchettoni. Eccola.
Allenato al disincanto l’occhio del cronista catturò, infine il genio siciliano e il destino di una terra. Missione complicata perché lo sguardo “di cera”, immobile e scettico, del giornalista di nera, raramente ama sollevarsi oltre il sanguinoso perimetro della propria quotidianità. Ma stavolta, nel romanzo autobiografico “Palermo di chitarra e coltello” (Einaudi Stile Libero, in libreria dal 31 marzo) tra microstoria e barocco, la Sicilia e Palermo si fanno viaggio dell’anima di un veterano dell’informazione che iniziò nel 1968 a “L’Ora” di Palermo.
Pagato il doveroso tributo a Jorge Luis Borges – sua la definizione del titolo utilizzata nel romanzo “Evaristo Carriego” – l’autore, Giuseppe Sottile, immagina un tortuoso riscatto per il giovane dapprima volenteroso, quindi devoto, infine innamorato e, da ultimo, semplicemente spinto dagli eventi, di un’impervia Sicilia anni Cinquanta. L’occhio si posa al principio su una provincia del mondo, Gangi, subito impadronendosi di artigiani, barbieri, eccentriche e sfortunate nubili, preti istruiti e giovani in vena di espatriare. Ci si diverte con l’orchestrina locale per sfuggire alla noia, fischiando intanto canzonette di un’Italia motivata. Da Adriano Celentano a Giorgio Gaber, fantasticando di Billy Holiday e Frank Sinatra: “Eravamo proprio fortunati noi musicanti. Perché l’intramarsi delle note che andavano a comporre armonie e melodie ci aiutava a costruire mondi senza parole ma di preziosa favola. E ci teneva soprattutto al riparo delle malinconie che l’orizzonte di quelle terre, fatto di sudore e pane duro, quotidianamente ci ammanniva”. Si pratica il solfeggio per distrarsi dalla miseria. Si canta ai funerali perché veri concerti non ve ne sono: “E la nostra piccola banda di paese non ci appariva come un ensemble scalcagnato, ma come un coro di angeli, chiamato di volta in volta da un popolo dolente ad accompagnare il caro estinto verso un oltretomba meno crudele”. (…)
E la mafia? C’è, ovviamente. Si porta via piccole e grandi esistenze, tra finzione e realtà. Dal venditore di “urologgi” Paolino Carcione, null’altro che uno spacciatore di eroina per conto terzi, a Salvo Lima (“uomo di ghiaccio”), Boris Giuliano (“vecchia volpe”) fino a Giovanni Falcone. Accade che, dalla redazione del giornale, l’ex ragazzino di Gangi veda scorrere ogni cosa, incorciando la tragedia fino a implorare una tregua. (…)
Nel libro c’è, infine, soprattutto, una capillare descrizione della città eternamente in bilico fra bellezza e sciagura, monumento e catastrofe, una Palermo priva di redenzione ma carica di un fascino particolare, intramontabile, oscuro: “Provate – è l’invito – a fare un giro nel centro storico e vedrete ogni giorno, tutti i giorni, le scene che vi ha raccontato Giuliana Saladino nel suo Romanzo civile: il cieco canuto e ben vestito condotto per mano da un bambino che le auto sfiorano in volata, senza che nessuno si prenda cura di farli attraversare,, il pazzo con la pancia nuda messo in giro dalla legge 180, il fioraio gentilissimo che intreccia corone per i defunti, le due sorelle dementi che gridano e ciabattano, le facce giovani e ribalde degli scippatori, fermi ma scattanti all’imbocco dei vicoli, i marciapiedi sconquassati, gli orologi fermi a un’ora che non c’è, anche quello del municipio, le puttane che arringano e chiamano i passanti, sporgendosi dal balcone drappeggiato dalla striscia di tela che serva a celare le gambe, detta “gelosia”, il fornaio asmatico, il tabaccaio ingrugnito, il negozio di strumenti musicali rimasto come un fossile nella pietra”.
La vita di Palermo – conclude Ilaria Sacchettoni – è lì che aspetta di essere riconosciuta. Basta saperla scrivere.


