La slavina di Forza Italia ha già cominciato a portarsi via pezzi di partito, da Roma alla Sicilia. Il segretario Tajani prova a mettersi al riparo salendo da Marina Berlusconi e chiedendo che la scossa sia concordata. In Sicilia, invece, non cercano più nemmeno di nascondere le crepe: Giorgio Mulè parla di commissariamento, Falcone di nuova guida, Schifani continua a raccontare un “partito vivo” mentre gli si sfalda sotto i piedi.
Nella Capitale il quadro è già quello delle emergenze vere, non dei malumori di giornata. Antonio Tajani, reduce da una sconfitta referendaria che dentro Forza Italia è stata vissuta come una batosta politica, ha fissato a metà settimana un faccia a faccia con la figlia del Cav. Non è la classica visita di cortesia, bensì un tentativo di ricucire lo strappo avvenuto prima con l’appoggio silenzioso al liberalismo di Occhiuto, poi con le critiche all’indomani della batosta referendaria. “Se si vuole dare una scossa al partito, concordiamola. Io non posso subirla”. Tradotto dal tajanese: il segretario sa che la scossa è già partita e teme che, se non la governa, verrà travolto. Dopo Gasparri al Senato, con Stefania Craxi già insediata al suo posto, nel mirino resta Paolo Barelli alla Camera. E Tajani sa benissimo che il punto non è Barelli in sé, ma quello che verrebbe dopo: altri bersagli e altri pezzi di partito da sacrificare in nome del rinnovamento chiesto dalla famiglia Berlusconi.
Il dettaglio politico più umiliante, per Forza Italia, è proprio questo: il partito che per trent’anni ha vissuto di comando verticale si ritrova adesso a chiedere alla famiglia del fondatore di mediare fra il segretario e la minoranza interna. Tajani non sale a Milano per rilanciare un progetto, ma per fare in modo che la resa dei conti venga almeno “dosata”. Perché il timore, raccontato dal Corriere, è che la sostituzione di Barelli non chiuda nulla, ma apra anzi una fase ancora più aggressiva: blocco dei congressi regionali (quello siciliano è previsto fra aprile e maggio), congelamento della sua linea, disarmo del segretario prima della compilazione delle liste per le Politiche. Altro che partito saldo.
Ma il bello, si fa per dire, è che la stessa slavina si è già messa in moto anche in Sicilia. E qui il rumore è persino più forte, perché Forza Italia è il partito del presidente della Regione, la colonna del governo, il luogo che dovrebbe misurare la tenuta politica di Palazzo d’Orléans. Eppure, anche qui sembriamo ai titoli di coda. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha parlato apertamente della necessità di commissariare il partito. Marco Falcone, europarlamentare e figura di peso del fronte azzurro, ha chiesto “nuova linfa”, un cambio di guida, chiarendo perfino che il nome unitario per aprire una nuova stagione non potrà essere quello attuale. Cioè quello di Marcello Caruso.
Ed è qui che entra in scena Renato Schifani. Mentre Tajani vola da Marina Berlusconi per chiedere che la scossa sia almeno “concordata”, il presidente della Regione, nella sua qualità di presidente del Consiglio nazionale, diffonde una nota che pare scritta in un’altra dimensione politica. Dice che “il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere della Sera” conferma “un dato politico chiaro”, cioè che “la coalizione di centrodestra nel suo complesso tiene”. Dice che la crescita di Forza Italia “di oltre un punto percentuale è particolarmente significativa” e rappresenta “la prova concreta di un partito vivo, radicato sui territori e capace di intercettare consenso in modo stabile”. E aggiunge pure che “non si registra alcuna oscillazione tale da collegare l’esito del referendum a un giudizio negativo sul centrodestra”. Insomma: attorno a lui crollano i cornicioni e lui fa il bollettino del bel tempo.
Il punto non è nemmeno stabilire se Schifani ci creda davvero. Il punto è che le sue affermazioni – un Cardinale non fa primavera… – sembrano del tutto fuori luogo. Mentre Mulè invoca il commissariamento (e Tamajo gioca a indebolirlo soffiando sul fuoco di un’inchiesta). Mentre Falcone chiede un cambio al vertice. Mentre Margherita La Rocca Ruvolo ha appena finito di denunciare la gestione opaca della sanità. Mentre Michele Mancuso rimane invischiato in un’inchiesta per corruzione, costretto ai domiciliari.
In Sicilia la crisi forzista non resta chiusa dentro il partito: si scarica direttamente sul governo. Se il partito che esprime il presidente è lacerato, se il coordinatore regionale viene sfiduciato dai suoi, se i colonnelli discutono già del “dopo” e se Schifani continua a far finta che il referendum non abbia prodotto alcun effetto politico, il problema diventa istituzionale. Ogni crepa dentro Forza Italia si trasforma automaticamente in una crepa della maggioranza.
È questa, alla fine, la vera analogia fra Roma e Palermo. A Roma Tajani combatte per non farsi seppellire dalla resa dei conti interna. In Sicilia Schifani prova a comportarsi come se quella stessa resa dei conti non esistesse. Ma la slavina è la stessa. Cambia solo il paesaggio. Nella capitale travolge la segreteria e i gruppi parlamentari. Nell’Isola rischia di portarsi dietro anche l’ultimo equilibrio di un governo che da mesi vive di rinvii, rimpasti evocati e coalizioni tenute insieme con lo sputo. Tajani almeno ha capito che il terreno gli sta cedendo sotto i piedi. Schifani, a giudicare dalle sue dichiarazioni, sembra ancora convinto di stare su una roccia. Ma non lo è.


