Non c’è più da scherzare. Fratelli d’Italia, dopo la sconfitta al referendum, è un partito al capolinea, eppure il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno ha trovato un modo curioso per uscire dall’angolo. Dimostrando di non aver compreso fino in fondo quanto le figure di Delmastro e Santanché abbiano danneggiato il partito della premier. Da qui l’ultima mossa: Dimissioni? Solo se a richiesta.

Galvagno è il presidente del parlamento più antico d’Europa che in questa legislatura non ha prodotto alcuna riforma; al massimo qualche impugnativa (l’ultima delle quali ha riguardato 40 milioni di ristori per le imprese colpite dal ciclone Harry). “Dopo il repulisti romano di Giorgia Meloni, non ho avuto indicazioni in alcun senso e non ho ricevuto nessun genere di invito – ha rivelato Galvagno all’Ansa -. Noi però siamo persone di partito, quindi risponderemo se dovessimo essere chiamati in causa. Se quindi sono disposto a fare un passo indietro? Assolutamente sì, ci mancherebbe”.

L’unico a essersi dimesso all’indomani del referendum, ormai fiaccato dalla questione morale che investe FdI in Sicilia, è il commissario regionale Luca Sbardella (il partito però l’ha stoppato). Lo stesso che Giorgia aveva implorato di scendere nell’Isola per rivoltare il partito come un calzino. Al suo arrivo era ancora freschissima la vicenda Auteri, con i contributi partoriti dall’Ars indirizzati alle associazioni gestite dai familiari; e c’era ancora Manlio Messina, ideatore di SeeSicily e degli shooting fotografici a Cannes, da cui partono le inchieste che rischiano di seppellire – politicamente s’intende – proprio Galvagno, accusato di peculato e corruzione impropria, e l’assessore Elvira Amata (corruzione).

La valanga ha travolto quasi tutti: dal “cerchio magico” del presidente dell’Ars, con in testa la ex portavoce Sabrina De Capitani, passando per lo staff dell’assessore e alcuni imprenditori amici (come Marcella Cannariato, per la quale l’accusa ha chiesto una pena a 2 anni e 6 mesi per corruzione). Ma di recente ha investito pure Lillo Pisano, ultimo componente della compagnia degli scandali, di cui la Meloni si era liberata nel 2022 a causa di alcuni post social un po’ incauti, inneggianti al Fuhrer; oggi, stando alle ipotesi della Procura, l’onorevole Pisano avrebbe fatto la cresta persino sui bagni chimici installati fuori da un concerto di Achille Lauro ad Agrigento. Della serie: con la cultura non si mangia, ma… (completate voi).

Questo è il quadro di un partito che conosce più indagati (Repubblica ne ha contati sei tra Ars e parlamento nazionale) e inquisiti di chiunque altro. Che, nell’Isola, ha prestato il fianco alle mosse spregiudicate della corrente turistica, che ha trasformato turismo e cultura in un bancomat, legittimando una gestione predatoria da parte di affaristi e pagnottisti vari. Questo è il partito cui si affidano il 30% degli italiani e Galvagno, che dopo aver risposto ai probiviri, ha esultato perché le accuse di corruzione diretta contro di lui erano cadute. Senza soffermarsi sulle nefandezze dei suoi collaboratori, tanto meno sull’utilizzo dell’auto di servizio. Piuttosto che fare un passo di lato e salvare l’onorabilità dell’istituzione che rappresenta, il presidente ha preferito attendere l’udienza del prossimo 4 maggio, o che qualcuno lo cacci, precisando comunque che “la mia e quella della Amata però sono due fattispecie differenti. Io rappresento il Parlamento, lei il governo regionale. In tutti i casi sento molto l’appartenenza a questo partito e quindi non avrei difficoltà alcuna di nessun genere”.

Insomma, Galvagno si sente al riparo. Perché i vari Delmastro, Bartolozzi e Santanché sono stati messi alla porta in quanto rappresentanti del governo Meloni. Lui col governo Schifani non c’azzecca sulla carta, semmai sarà la Amata a pagare. Sbardella ha già atteso inutilmente un passo di lato dell’assessore, finendo per rallentare un rimpasto ormai ineludibile (la prossima udienza della titolare di via Notarbartolo è in programma il 20 aprile); Schifani, padre rigoroso con quelli della Dc, ha invece lasciato correre, evitando di andare a sbattere sui padrini romani. E così eccoci qui: a parlare molto di inchieste e di scandali, e quasi niente di governo. L’omologa di Santanché, in Sicilia, non è neppure riuscita a tirare fuori dalle secche l’Orchestra sinfonica, ormai commissariata da anni.

A questi campioni di legalità neppure la Meloni vorrebbe dare conto. Secondo i retroscena raccolti qualche giorno fa da Mario Barresi su ‘La Sicilia’, all’incontro con Salvini e Tajani, i due vicepremier, Giorgia avrebbe ostentato un “gelido distacco” dalle vicende del suo partito nell’Isola: “Voglio restare distante da questi casini, abbiamo altro a cui pensare”.

Però c’è un però: questi pavidi rappresentanti delle istituzioni sono finiti nella palude del malaffare, da cui faticano a riemergere. E quasi ogni giorno viene fuori una notizia di cronaca che conferma il trend. Sbardella li aveva avvertiti: «Sulle questioni giudiziarie applicheremo in Sicilia lo stesso criterio che ci verrà indicato dal partito nazionale». Ma loro prendono tempo, si divincolano, aggrappandosi alla poltrona. Resistono alle intemperie, convivono con la vergogna, buttano la palla avanti. Finché non arriverà qualcuno a farli fuori, si mostreranno fieri patrioti e difensori della nazione.