È un mondo antico e tenace quello degli enti regionali siciliani: sopravvive al trascorrere del tempo, all’austerità, ai governi che promettono di razionalizzare tutto e poi rinviano. Sopravvive perfino ai bilanci in rosso. Quello dei carrozzoni è un universo popolato da palesi contraddizioni, anche storiche: dai misteri dell’Esa ai consorzi di bonifica che fanno acqua – letteralmente – fino al famigerato Consorzio autostrade siciliane, il Cas, che annega in un mare di debiti ma continua a muoversi con una certa disinvoltura.
Il tema riaffiora proprio nel giorno in cui la Corte dei Conti inaugura il suo anno giudiziario in Sicilia. Una cerimonia solenne, che certifica la “pace” con la Regione (grazie ai conti tornati in ordine). Ma basta sfogliare le carte per capire che il problema resta lì, identico a se stesso: il mondo delle partecipate, una galassia di enti, consorzi e società pubbliche che pesa per miliardi e che continua a produrre squilibri, inefficienze e talvolta guai giudiziari.
Il bilancio consolidato della Regione – quello che tiene insieme amministrazione e partecipate – fotografa una realtà impossibile da cancellare. Nel 2024 sono 39 le partecipate che chiudono in perdita. Il documento pesa complessivamente quasi tre miliardi e mezzo di euro e riesce a restare formalmente in attivo solo grazie a pochi enti con i conti a posto: il Fondo pensioni, l’Irfis, qualche istituto minore. Ma sotto quella superficie il quadro resta fragile. Basta scorrere i conti per rendersene conto: l’Iacp di Trapani chiude con un passivo da oltre 3,3 milioni, quello di Siracusa con 2,7 milioni, Enna supera i 2 milioni, mentre anche Ragusa e Caltanissetta restano sotto di oltre un milione. Un rosso diffuso che attraversa quasi tutta l’isola.
Ci sono gli Iacp (Istituti autonomi case popolari) sparsi per la Sicilia, quasi tutti in rosso. Ci sono i consorzi di bonifica, gli stessi su cui la maggioranza si è spaccata più volte negli ultimi mesi (la riforma promessa da Sammartino non è mai andata in porto, anzi è già stata impallinata una volta dai franchi tiratori). E c’è soprattutto il Consorzio autostrade siciliane, che nel consolidato compare con una perdita superiore ai 46 milioni di euro. Un simbolo perfetto di come funziona questo sistema.
Non è una novità, in realtà. Lo dice con chiarezza anche la magistratura contabile. Nella relazione presentata all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore regionale della Corte dei Conti Pino Zingale usa parole che non lasciano molto spazio all’interpretazione: “Sul piano sia delle indagini avviate che dei giudizi incardinati continua a registrarsi, come negli anni passati, un numero significativo di illeciti presso il variegato mondo degli enti regionali, ivi incluse le società partecipate, che sia a livello regionale che di enti locali in molti casi rappresentano una delle cause principali determinanti la criticità dell’intera gestione finanziaria del socio pubblico e della tenuta dei conti”.
Tradotto: è proprio lì, dentro la galassia delle partecipate, che si concentrano una parte consistente dei problemi della finanza pubblica siciliana. Non a caso le istruttorie aperte dalla Procura contabile continuano a essere numerose e il presunto danno erariale sfiora i 21 milioni di euro.
Non bisogna andare troppo lontano per capire di cosa si parla. Basta tornare al Consorzio autostrade siciliane, uno degli enti simbolo di questo sistema. Mentre i conti restano appesantiti da perdite milionarie e il dibattito politico continua a oscillare tra ipotesi di riforma e tentativi di commissariamento, il carrozzone prosegue la sua attività ordinaria. Anche nelle spese. A metà gennaio, per esempio, la direzione generale del Cas ha liquidato una fattura da 15 mila euro oltre Iva alla società La Digitale srl – una di quelle riconducibili al superpagnottista Maurizio Scaglione – per un servizio di comunicazione: l’attivazione di canali social o di messaggistica (sul modello WhatsApp o Telegram) dedicati agli utenti delle tratte autostradali gestite dal consorzio. Il servizio rientra in un affidamento biennale dal valore complessivo di 120 mila euro.
Nulla di illegittimo, naturalmente. Ma è il tipo di spesa che, dentro un ente con i conti strutturalmente in rosso e un passato costellato di polemiche, dovrebbe far scattare più di un’antenna. Anche perché attorno al Cas, negli anni, si è sedimentato un piccolo universo di incarichi e affidamenti che raccontano bene la natura di questi carrozzoni: organismi pubblici formalmente autonomi, ma sempre immersi in una rete di relazioni politiche e amministrative.
E così il cerchio si chiude proprio lì dove era cominciato, nella grande sala dove la Corte dei Conti apre il suo anno giudiziario. La magistratura contabile continua a segnalare criticità, ad aprire istruttorie, a quantificare danni erariali. Il sistema delle partecipate, invece, procede con il suo passo lento e inesorabile. È un equilibrio curioso: da una parte chi controlla, dall’altra un mondo di enti che resiste a ogni tentativo di controllo. E che, a giudicare dai numeri del bilancio consolidato, continua a pesare non poco sui conti della Regione. La domanda, a quel punto, torna quasi inevitabile: se il problema è noto da anni e le diagnosi si ripetono puntuali, chi avrà davvero la forza di mettere mano a questi invincibili carrozzoni?


