Oltre al senso d’impunità, c’è un tratto che accomuna una parte della classe dirigente di Fratelli d’Italia in Sicilia: la capacità di andare avanti come se nulla fosse. Da veri smemorati. Anche quando il quadro giudiziario è tutt’altro che definito.

Prendete Gaetano Galvagno: nonostante il suo nome, da alcuni mesi, sia finito al centro di un’inchiesta della Procura di Palermo per corruzione e peculato, nelle ultime settimane il delfino di Ignazio La Russa – come riportato da Repubblica – ha infittito le interlocuzioni con Cateno De Luca. Il bottino elettorale di Sud chiama Nord avrebbe potuto rappresentare una dote importante in qualunque partita futura, compresa quella – mai dichiarata ma neppure troppo nascosta – per sostituire Renato Schifani a Palazzo d’Orléans.

Oggi quello scenario appare tramontato. Il centrodestra ha tracciato una linea netta su Messina e la rottura tra De Luca e il resto della coalizione di centrodestra rende impraticabile qualunque ipotesi di avvicinamento. Ma il dato politico resta: Galvagno ha continuato a muoversi, tentando una rimonta proprio mentre dentro la coalizione le sue quotazioni scendevano nei giorni più complicati dell’indagine.

Nel frattempo l’esponente patriota, nei giorni di Sant’Agata, ha riaperto le porte della sede etnea dell’Ars ai cittadini, si è intestato alcune iniziative pubbliche nei territori colpiti dalle emergenze (come la riattivazione di un conto corrente regionale dedicato al ciclone Harry) e prepara l’accoglienza dei presidenti dei Consigli regionali a Niscemi. Si è visto “costretto”, infine a confessare la destinazione della sua indennità di gennaio: i quattrini sono finiti alle popolazioni colpite dal maltempo. “E’ più nobile stare in silenzio: Ma se mi si chiama in causa, e addirittura c’è tanta demagogia, allora raccontiamo le cose”, ha spiegato. Segnali di presenza, più che di prudenza.

Anche sul piano giudiziario la scelta è stata tutt’altro che attendista: il presidente dell’Assemblea ha rinunciato all’udienza preliminare per andare direttamente al dibattimento. Intorno a lui restano le contestazioni sulle presunte “utilità” che avrebbero riguardato componenti del suo entourage, dall’ex portavoce Sabrina De Capitani all’autista accusato di aver percepito rimborsi non dovuti. Il partito, per ora, osserva. Il collegio dei probiviri ha ascoltato e ha deciso di attendere le valutazioni della magistratura prima di assumere qualsiasi posizione. Una sospensione che evita strappi ma prolunga una zona grigia difficilmente ignorabile.

Non molto diversa è la situazione dell’assessora al Turismo Elvira Amata, che attende l’udienza preliminare del 2 marzo nell’inchiesta per corruzione che la vede indagata insieme all’imprenditrice Marcella Cannariato. Anche in questo caso, l’attività politica – complice la sospensione del giudizio di Schifani, assai più severo nel cacciare i due assessori della Dc senza macchia – è proseguita spedita. Anzi, proprio in questi giorni, la Regione ha rilanciato sul cinema e sull’audiovisivo con una dotazione superiore agli 11 milioni di euro per il triennio 2026–2028: contributi fino a un milione per le produzioni, assistenza logistica gratuita, servizi alle imprese e una strategia che punta a trasformare le location cinematografiche in destinazioni turistiche.

La notizia è stata battuta dai pagnottisti di fiducia (con intervista all’assessore che discetta di “location placement” e “industria culturale”); gli stessi che, nel tempo, hanno beneficiato di contributi e patrocini onerosi per promuovere il territorio e incrementare i flussi, senza che nessuno sia riuscito realmente a misurare i benefici apportati. Quello sul cinema, invece, vuole rappresentare un investimento ambizioso, accompagnato dalla convinzione che il settore possa generare occupazione e ricadute economiche. Col metodo di sempre, ereditato dal Balilla, che aveva trasformato l’assessorato di via Notarbartolo in una specie di privativa.

Resta però un elemento difficilmente trascurabile: la Regione non si è costituita parte civile nel procedimento che riguarda la propria assessora. Secondo la Procura, al centro della vicenda ci sarebbe l’assunzione del nipote di Amata in una società riconducibile alla Cannariato, interessata a un finanziamento pubblico per una manifestazione. L’assessorato avrebbe erogato 30 mila euro; in cambio, sostiene l’accusa, il giovane avrebbe ottenuto un impiego e persino l’alloggio. L’assessora ha spiegato di aver agito per ragioni umanitarie legate a un grave lutto familiare. Saranno i giudici a stabilire se quella ricostruzione reggerà.

Nel frattempo la macchina amministrativa procede e la Film Commission guidata dal dirigente Nicola Tarantino (allievo del Balilla, già commissario della Sinfonica e “protagonista” della stagione di Cannes) torna al centro della programmazione regionale, riaprendo una stagione di spesa che in passato ha spesso diviso tra sostenitori dell’indotto e critici.

Il punto, più che giudiziario, è politico. In contesti normalmente prudenti chi è in attesa di giudizio tende ad abbassare il profilo. Qui accade il contrario: si rilancia, si programma, si occupa spazio. Non è una violazione di regole non scritte – la legge, del resto, non impone passi indietro – ma è un segnale del clima che attraversa oggi una parte della maggioranza. Come se l’inchiesta fosse un incidente di percorso e non un elemento destinato, almeno temporaneamente, a ridefinire priorità e comportamenti. La Meloni ha scelto di aspettare le sentenze. Nel frattempo, però, i suoi dirigenti più esposti continuano a fare politica con passo regolare. Come se nulla fosse.