Il caso Bartolozzi, esploso dopo che la capo di gabinetto del ministro Nordio ha fatto appello a favore del Sì al referendum costituzionale “così ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione” (sic!), è un concentrato di anomalie. La prima, di ruolo, è che un capo di gabinetto partecipi a un dibattito politico in televisione. La seconda, di contenuto, è che un alto funzionario del ministero della Giustizia parli in termini così sguaiati di una riforma costituzionale. La terza, di metodo, è che quelle parole così aggressive siano arrivate dopo l’annuncio del ministro Nordio: “Abbiamo cercato di abbassare i toni, li abbasseremo e li riporteremo nell’ambito dei contenuti, secondo le sagge indicazioni del presidente Mattarella”.

La quarta criticità, comunicativa, è che le dichiarazioni da ultrà della capo di gabinetto di un ministro hanno finito per oscurare il messaggio della presidente del Consiglio. Giorgia Meloni ha diffuso un lungo intervento per spiegare, con un taglio certamente politico ma non eccessivamente polemico, i pilastri della riforma costituzionale e le ragioni per votare Sì al referendum. La premier non risparmia critiche a ciò che secondo lei non funziona dell’attuale sistema – dal rapporto incestuoso tra giudici e pm alle disfunzioni del Csm dominato dalle correnti – ma le critiche sono rivolte alle “degenerazioni” dell’attuale sistema, senza accenni punitivi nei confronti della magistratura come ordine. Ma sul piano comunicativo i 14 secondi di Giusi Bartolozzi hanno eclissato i 14 minuti di Giorgia Meloni. Continua su ilfoglio.it