Il referendum sulla giustizia, in Sicilia, ha avuto almeno un merito: ha mostrato la vera consistenza politica del centrodestra di governo. Non tanto sul piano dei numeri, pure impietosi, quanto su quello della credibilità. Perché una coalizione che occupa giunte, enti e sottogoverno non è riuscita a trascinare il proprio elettorato su una battaglia che avrebbe dovuto sentire come identitaria.
Ha votato meno di un siciliano su due. E tra quelli che si sono mossi, il No ha prevalso nettamente, con oltre il 60 per cento. È stato un fallimento di partecipazione, ma soprattutto di persuasione. Il centrodestra non è riuscito a spiegare la riforma, e in molti casi non ha nemmeno dato l’impressione di volerci provare.
Al netto di Forza Italia, dove alle 15.01 di lunedì è già partita la resa dei conti (nonostante Schifani continui a sostenere la tesi delle “dinamiche nazionali”), il primo partito chiamato a risponderne è Fratelli d’Italia. La riforma era sua, il lessico era suo, il ministro che l’ha proposta e battezzata pure. Eppure proprio in Sicilia il partito di Meloni ha mostrato il suo limite più serio: cioè l’incapacità di trasformare il potere in autorevolezza. Puoi anche presidiare il territorio, ma se non riesci a mobilitare il tuo mondo su un referendum strategico, vuol dire che quel radicamento è molto più fragile di quanto sembri.
Lo dimostra anche Paternò, comune-simbolo di quel potere: lì il No ha superato il 61 per cento, nonostante il peso politico di una filiera che da Ignazio La Russa arriva fino a Gaetano Galvagno. È un dato che pesa ancora di più perché colpisce un’area che avrebbe dovuto rappresentare una riserva naturale di consenso. E invece anche da lì è arrivato un segnale di menefreghismo. Segno che le vicende giudiziarie e gli imbarazzi che negli ultimi mesi hanno coinvolto esponenti di primo piano del partito, dallo stesso Galvagno ad Elvira Amata, hanno finito per occupare tutto lo spazio, sottraendolo alla politica e logorando la fiducia dei cittadini.
Il punto è che Fratelli d’Italia, in Sicilia, non appare come il partito delle riforme, ma come una delle espressioni più vistose di quel ceto politico regionale che da mesi vive di scandali, imbarazzi e spartizioni. Con un commissario “romano” a capo, segno ulteriore di un partito che in Sicilia non riesce neppure a regolare fino in fondo i propri equilibri interni. In questo clima era difficile chiedere agli elettori uno slancio ideale su una materia delicata come la giustizia.
Colpisce ma fino a un certo punto che la voce più lucida sia stata quella di Carolina Varchi, ex vicesindaco di Palermo e deputata molto vicina a Giorgia Meloni. Quando parla di cambio di passo e di troppa attenzione per le poltrone, dice in sostanza che il centrodestra siciliano ha smarrito il primato della politica: i siciliani, è il commento affidato a Repubblica, “ci chiedono di occuparci meno di questioni da retrobottega, di posti di sottogoverno, di deleghe assessoriali. E occuparci di più dei problemi che attanagliano la Sicilia. È un segnale di sfiducia, ma possiamo recuperare. Però bisogna cambiare passo”.
Ed è qui che il referendum diventa una radiografia. In questi anni il centrodestra non ha educato il proprio elettorato al terreno delle riforme, ma a quello della convenienza. Ha costruito un rapporto fondato più sull’intermediazione che sulla visione. Finché il circuito produce nomine, incarichi, vantaggi e compensazioni, la macchina si muove. Quando invece c’è da sostenere una riforma, senza contropartite, la macchina si ferma.
Questa è la vera lezione del voto. Il centrodestra porta gente dove c’è da spartire, non dove c’è da scegliere. E così, davanti a una consultazione priva di ricompense visibili, una parte del suo elettorato ha preferito restare a casa. Dentro questo quadro, il governo Schifani non può chiamarsi fuori. Se Fratelli d’Italia ha fallito la campagna, l’esecutivo regionale porta con sé una responsabilità ancora più ampia: aver guidato una legislatura che, ogni volta che si è misurata con una vera riforma, si è impantanata. Tra rinvii, voti segreti, imboscate e calcoli interni, quasi tutto si è fermato: il ddl sugli enti locali, il terzo mandato dei sindaci, la riforma dei Consorzi di bonifica, quella della dirigenza.
Il problema, allora, non è solo il referendum. È che questa maggioranza sa amministrare gli equilibri, non produrre cambiamento. Il voto ha restituito l’immagine di una coalizione forte nei palazzi e debole nella politica, abile nella spartizione e inadeguata quando si tratta di chiedere consenso su un’idea di sistema.
Perciò il “plotone di esecuzione” evocato da Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, dovrebbe voltarsi altrove. Non contro le toghe, ma dentro il proprio campo. Perché le urne hanno colpito proprio lì: nella pretesa di rappresentare una destra riformatrice in una terra dove il centrodestra riesce ancora a chiamare i suoi soltanto quando c’è qualcosa da dividere. Quando invece c’è da scegliere, resta il silenzio.

