Mentre il centrodestra continua a resistere fra inchieste e liturgie cardinalizie – come l’ultima visita di Tajani, utile più ad archiviare che a riaprire la questione morale – l’opposizione non quaglia. Il campo largo ha fatto discutere soprattutto per le defezioni, come quella di Ismaele La Vardera; ma, più in generale, per l’assenza delle condizioni minime dello stare insieme. Non è emersa una visione programmatica condivisa, né un accordo su chi, nel 2027, potrebbe essere l’antagonista di Schifani. E al netto della mozione di sfiducia al governatore, bocciata dall’aula di Sala d’Ercole, non si sono viste azioni politiche degne di nota: solo un chiacchiericcio che ha già sgretolato la coalizione – o presunta tale – ai due estremi.
Quello del centrosinistra si è confermato un disordine strutturale, che si manifesta a ogni passaggio politico rilevante e che produce un effetto concreto: l’impossibilità di costruire un fronte credibile. La sequenza degli ultimi giorni lo ha dimostrato. A Caltagirone, all’iniziativa dei “Liberi e forti” promossa da Cateno De Luca, si sono presentati Pd, Movimento 5 Stelle e Italia Viva. Un fatto politico di per sé incoraggiante, vista l’ampia partecipazione, che però è diventato subito un problema da neutralizzare. «Per aprire le porte a un’alleanza – ha precisato il capogruppo del M5s all’Ars, Antonio De Luca – ci vogliono idee chiare, valori comuni, scopi e percorsi condivisi. Altrimenti è solo una sommatoria di voti. Confrontarsi non significa allearsi».
I Cinque Stelle, ma anche il Pd, per bocca del segretario Anthony Barbagallo, sono rimasti scottati dal “tradimento” di Scateno, che nell’ultimo anno aveva preso a traccheggiare con Schifani, arrivando a definirlo uno da cui imparare. Dopo aver incassato risultati per la provincia di Messina, feudo di Sud chiama Nord, quell’alchimia si è interrotta. Lo stesso De Luca, denunciando le proposte «indecenti» del presidente della Regione – «ci ha chiesto per tre volte di entrare in giunta» – è tornato a chiederne le dimissioni. È per questo che, prima ancora di discutere di programmi o convergenze, al sindaco di Taormina è stato chiesto di chiarire definitivamente dove stesse, certificando una rottura netta e irreversibile con Schifani e con il centrodestra.
Una richiesta che Barbagallo ha esplicitato senza ambiguità: «Deve essere in primis lo stesso Cateno De Luca a convincere il Pd, allineandosi agli obiettivi e alle finalità dell’intero campo progressista, facendo una opposizione vera e radicale a Schifani e al centrodestra, senza salti all’indietro e retromarce dell’ultimora». Una posizione legittima, che però si è inserita in un clima in cui ogni ambiguità altrui è diventata il pretesto per non fare passi avanti. Il dialogo è rimasto così sospeso, fragile, esposto a continue smentite.
Dentro questo quadro è esploso il caso dell’emendamento “fake” di Ismaele La Vardera. L’operazione è stata utile a smascherare le falle dell’Assemblea regionale: un’aula che ha votato senza accorgersi dell’assurdità della norma, con la “complicità” – involontaria – del presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e dell’assessore al Bilancio Alessandro Dagnino, coinvolti in una scena che ha esposto al ridicolo l’istituzione. Ma anche qui l’opposizione ha sprecato l’occasione. Invece di trasformare l’episodio in una denuncia politica condivisa, si è divisa sul metodo. C’è chi ha parlato di show, chi di scorrettezza, chi di danno d’immagine. La Vardera, accusato di cercare consenso personale, ha reagito sfilandosi dal tavolo del campo progressista e rivendicando la propria diversità: «Evidentemente alcuni soggetti non vedono il nostro movimento come una risorsa che parla al cuore dei siciliani e che riporta al voto un elettorato che nessun altro è in grado di riportare, ma come un soggetto pericoloso in termini di consenso».
A mettere un punto, almeno sul piano politico, è stato il pentastellato Luigi Sunseri, chiamato direttamente in causa: «Ismaele se la prende con me e con il collega Adriano Varrica perché, a suo dire, lo avremmo attaccato per il suo modo di agire. È falso – ha chiarito –. Svolge il suo ruolo in maniera assolutamente legittima, ma noi lo facciamo in modo diverso». E ha aggiunto: «Ognuno è libero di fare opposizione come meglio crede e tutte le modalità sono rispettabilissime, ma non può farci passare tutti per fessi. Continuo ad augurarmi di essere parte della stessa coalizione per battere il centrodestra. Se invece Ismaele pensa più a concretizzare il suo consenso elettorale, faccia il suo percorso ma se ne assuma le responsabilità».
A fare da sfondo c’è stato un Partito Democratico arrivato a questo passaggio già profondamente indebolito. Le lacerazioni che avevano preceduto e seguito il congresso regionale, vinto ma non pacificato da Barbagallo, hanno continuato a pesare: ricorsi, carte bollate, scontri portati fuori dal partito hanno prodotto un Pd formalmente unito ma politicamente instabile. I segnali sono stati evidenti anche sul piano simbolico: Feste dell’Unità ridimensionate, iniziative dimezzate, talvolta celebrate senza nemmeno la presenza del segretario. Un partito che ha faticato a rappresentare se stesso, figuriamoci a esercitare una leadership di coalizione.
In questo contesto è maturato anche l’addio dell’ex europarlamentare Pietro Bartolo, approdato alla Casa riformista di Italia Viva. Una scelta motivata con parole nette: autoreferenzialità, faide, giochi di potere. Davide Faraone, capogruppo renziano alla Camera, ha rivendicato quell’adesione come un arricchimento politico e umano. Ma anche qui il dato politico è rimasto un altro: un pezzo di centrosinistra che si è spostato perché non si riconosceva più nel funzionamento del partito che avrebbe dovuto essere il perno dell’alternativa.
E così, panta rei. Lo sconquasso ha prodotto una competizione interna sulla legittimità, non sulla proposta. Ognuno ha sentito il bisogno di spiegare perché lui fosse coerente e gli altri no. La purezza è diventata un criterio di esclusione. E mentre il campo largo rischia di spaccarsi prima ancora di nascere, il centrodestra ha potuto continuare a governare senza una vera opposizione organizzata. Non per propria forza, ma per l’altrui incapacità di uscire da questa spirale.


