I giochi proibiti di Armao sul Bilancio

IL CONSIGLIERE REGIONALE DEL PD ANTONELLO CRACOLICI IL VICE PRESIDENTE DELLA REGIONE GAETANO ARMAO

“Stanno cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto, lasciando in un mare di guai chi verrà dopo”. Qualche giorno fa l’Ars ha approvato le variazioni di Bilancio all’ultima Finanziaria, ma Antonello Cracolici, deputato regionale del Partito Democratico, è pieno zeppo di dubbi che man mano diventano certezze. E non soltanto per l’ultima legge stralcio, approvata dopo quattro mesi e sulla base delle risultanze romane (il Consiglio dei Ministri aveva ‘minacciato’ di impugnare alcune norme della Legge di Stabilità). Ma per la “furbizia finanziaria” di questo governo che somiglia tanto a un “gioco delle tre carte”. Il Bilancio è una materia complessa, per cui partiamo dalla fine.

Ci spieghi a cosa servono le ultime variazioni.

“Non saranno le ultime. Il teorema di Armao è il seguente: poiché a breve, grazie a una norma inserita nel Decreto Fiscale, lo Stato riconoscerà alla Sicilia un ristoro da 65 milioni, questi soldi verranno usati per fare delle altre variazioni. Per impinguare i capitoli “tagliati” qualche giorno fa”.

Da qui il “gioco delle tre carte”. Ma ci spieghi perché agire con due variazioni di Bilancio.

“La prime, appena approvate, erano state presentate dal governo della Regione nello scorso luglio. Ed erano figlie del fatto che Palazzo Chigi non ha impugnato alcune norme della Finanziaria 2021 di fronte all’impegno di Armao e soci a rimediare”.

Rimediare a cosa?

“Le norme sub-judice erano costruite su ipotesi di entrate non veritiere. Erano stati previsti degli accantonamenti sulla base di una speranza: che le risorse arrivassero da Roma. Quando lo Stato ha detto che questa cosa non stava in piedi, si è resa necessaria una variazione per cancellare queste cosiddette ‘risorse virtuali’ e far quadrare i conti”.

Ma alcuni tagli sono reali. Inizialmente si era deciso di dare una sforbiciata anche al capitolo dei lavoratori Asu – per i quali, nel frattempo, era stata avviato l’iter della stabilizzazione – e dei Comuni. Questi soldi, dopo essere usciti dalla porta, sono rientrati dalla finestra. Ci spiega la tecnica?

“E’ evidente che pur di far quadrare i conti, sono arrivati a ipotizzare tagli e riduzioni di spesa per le quali vi erano già delle obbligazioni: uno per tutti era il fondo delle Autonomie locali. Sebbene lo scorso ottobre avessero decretato un piano di riparto da 330 milioni – da distribuire comune per comune – in questa manovrina ne avevano previsti 319. Noi del Pd ci siamo opposti. Ma come si può da un lato manifestare solidarietà ai sindaci per le difficoltà finanziarie in cui versano, e dall’altra sottrargli altre risorse?”.

Ma ci sarebbe stato il paracadute della seconda variazione, o no?

“Sì ma i Comuni, in attesa delle nuove assegnazioni, non sarebbero riusciti a onorare gli impegni di spesa che scadono a metà dicembre. Perché questa ‘catena di montaggio’ presenta sempre degli imprevisti: uno è il fattore tempo. Inoltre, gli enti che avevano già approvato il bilancio sarebbero stati costretti, a loro volta, a una variazione per giustificare le minori entrate. Non puoi decretare 330 milioni, e poi assegnarne 319. Anche in questo caso, se non fosse stato per la nostra insistenza, il governo sarebbe andato a sbattere”.

In questi giorni è stato approvato anche l’assestamento di Bilancio, che lei ha definito tecnicamente falso. Perché?

“L’ultimo bilancio parificato della Corte dei Conti, quello del 2019, ha avuto una procedura inedita e inusuale per cui le Sezioni riunite, a Roma, hanno modificato il giudizio della sezione siciliana, facendo emergere un maggior disavanzo di 8-9 milioni (relativo al Fondo contenziosi, ndr). Ma soprattutto sollevando una questione di legittimità costituzionale relativa alla copertura di un mutuo che la Regione ha pagato attingendo al Fondo sanitario, su cui sarà chiamata a pronunciarsi la Consulta. In pratica, l’Ars ha votato un assestamento basato sul rendiconto parificato dalla Corte dei Conti siciliana, ma non su quello modificato dai magistrati contabili romani”.

Cosa comporta?

“Che i dati riportati a copertura del disavanzo non sono veritieri. Tecnicamente l’assestamento è falso”.

Si sarebbe potuto evitare tutto questo stoppando l’approvazione del rendiconto 2019, in attesa della sentenza delle Sezioni Riunite della Corte dei Conti in composizione speciale, a Roma.

“Ero intervenuto in aula chiedendo al governo di fermarsi. Avremmo evitato queste complicazioni, anche perché il giudizio sarebbe arrivato entro 5 o 6 giorni. Invece sono andati avanti, convinti com’erano che l’approvazione della legge avrebbe fatto venir meno qualsiasi pretesa da parte della Corte dei Conti. Così non è. Inoltre, ricordo che il rendiconto approvato all’Ars deve ancora essere esaminato dal Consiglio dei Ministri, che potrebbe porre dei rilievi di legittimità costituzionale. Sarebbe il caos, ed è una preoccupazione che ho il dovere di manifestare”.

Ma questa giostra non finisce mai?

“Questo governo sta cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto, lasciando in un mare di guai chi verrà dopo”.

In tutto questo qual è la funzione della Corte dei Conti? Se la situazione è così tragica come lei sostiene, perché nessuno interviene formalmente?

“La Corte dei Conti è un organo di vigilanza, ma non ha poteri commissariali né sostitutivi. Semmai – uso un’espressione estrema – laddove ci sono reiterate violazioni delle certificazioni di contabilità, questo può essere motivo di decadenza degli organi. Non è mai successo, ma ricordo che nel 2012, col governo Monti, da palazzo Chigi arrivò una nota molto forte per evidenziare che la Sicilia aveva i conti sballati. L’assessore dell’epoca era Gaetano Armao”.

Ma l’ipotesi di un commissariamento non l’ha mai tirata fuori nessuno. Almeno negli ultimi tempi.

“Per la Sicilia, in quanto regione a statuto speciale, la procedura è assai complessa. Ma non ci si può trincerare dietro il formalismo delle regole perdendo di vista la sostanza. Il rischio vero è che non abbiamo certezza del Bilancio regionale. Siamo di fronte a una fase in cui la dimensione dei conti è talmente ballerina e indefinita, che i rendiconti approvati non sono più certi. Non a caso, per la prima volta nella storia, le sezioni riunite della Corte dei Conti sono intervenute nel merito del rendiconto parificato dalla sezione siciliana. E’ un precedente che può portare su strade sconosciute e inedite”.

Anche la Finanziaria di guerra del 2020 è rimasta per molti versi inattuata. Perché?

“Gran parte degli interventi sviluppati grazie ai fondi extraregionali, dovevano essere riprogrammati e approvati al Cipe. Malgrado l’elasticità dell’Europa, che per l’incombenza della pandemia permetteva di trasformare i soldi per gli investimenti in spesa corrente, molte misure non sono mai partite. Oltre al Bonus Sicilia, con annesso fallimento del click day, e a quella sull’editoria, non me ne vengono in mente altre. Siamo all’anno zero”.

Per la prossima Finanziaria verrà utilizzato lo stesso metodo?

“Il rischio c’è. Ma il dato di fatto inoppugnabile è che i fondi extraregionali di cui parliamo vanno spesi entro il 2023, facendo parte della programmazione 2014-20. Quelli che non sono stati ancora spesi, ci verranno riproposti nuovamente. Magari con un’altra veste. E’ come vendere tre volte la Fontana di Trevi”.

Anche la spesa europea, relativa alla programmazione di cui lei accennava, è ferma al 38%. Su 4,2 miliardi, ne rimangono nei cassetti 2,6.

“Su queste statistiche sono sempre prudente, perché il meccanismo della spesa comunitaria tende a concentrarsi nel periodo finale dell’attività di programmazione. Tutti i programmi hanno una fase iniziale di gestazione programmatico-amministrativa, e poi una fase finale relativa alla spesa effettiva. Io non mi associo a quanti, in maniera propagandistica, dicono che c’è il rischio di non spendere i soldi. Il vero problema è manca la programmazione: e alla fine, quando saremo costretti a certificare spesa, pur di farlo certificheremo quel che capita”.

Ogni volta che lo accusate di aver peggiorato i conti, Armao chiama in causa gli anni del governo Crocetta. Spiegando di aver ereditato un disavanzo mostruoso.

“Questa è la tecnica del giocoliere Musumeci, ma in bocca ad Armao appare ancora più ridicola. Io l’ho definito un alpinista dei vetri, perché pensa di potersi arrampicare sugli specchi senza far sentire il rumore delle unghie che stridono. Armao era assessore all’Economia dal 2010 al 2012, l’anno in cui, a causa dei residui fasulli, c’è stato il peggior disavanzo della storia della Regione. L’aumento è stato in parte evidenziato dalla cancellazione dei residui nella corsa legislatura, quando in Sicilia è stato applicato per la prima volta il decreto legislativo 118 sull’armonizzazione contabile. Armao non può accusare il passato, perché lui è il passato. Le impronte digitale sul disastro dei conti gli appartengono. Oggi la situazione finanziaria della Regione è peggiore che nel 2017: lui negli ultimi quattro anni ha venduto solo chiacchiere”.

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