In Sicilia le emergenze non finiscono mai. E ogni emergenza ha bisogno del suo commissario. Meglio ancora: dello stesso commissario. Il presidente della Regione, Renato Schifani, aggiunge oggi un nuovo incarico straordinario al curriculum: su indicazione del Consiglio dei ministri, e nonostante la flebile resistenza del suo predecessore (Nello Musumeci) sarà commissari delegato per l’emergenza maltempo “con ampi poteri di deroga”. L’ennesima investitura speciale per un governatore che, ormai da tempo, si occupa di mille faccende, forse troppe, rischiando di trascurarne alcune.

Nel caso del ciclone Harry, che ha devastato parte della costa orientale e che rappresenta senz’altro un’emergenza indifferibile, avrà il compito di velocizzare, snellire, individuare soluzioni che mettano in sicurezza il territorio e garantiscano ristori alle migliaia di attività che rischiano di chiudere per sempre. Un lavoraccio.

Prima ancora di assumere formalmente l’incarico, Schifani ha messo in moto il meccanismo che conosce meglio: l’istituzione di una cabina di regia. Dentro, però, compaiono gli stessi nomi di sempre. A partire da Simona Vicari, già esperta del presidente per infrastrutture ed energia, da qualche mese anche per la crisi idrica, e ora chiamata a coordinare e dare impulso alla nuova struttura operativa.

L’ex sindaca di Cefalù percepisce sessantamila euro l’anno, e sviluppa competenze che si estendono con disinvoltura da un’emergenza all’altra, fino a coprire l’intero spettro delle criticità siciliane. Era ottobre scorso quando il capogruppo del Movimento 5 Stelle all’Ars, Antonio De Luca, commentava con sarcasmo l’ampliamento delle sue mansioni: «Visto che l’ex parlamentare è imputata in un processo per corruzione, mai e poi mai, per ragioni di opportunità, avremmo pensato a un nuovo incarico che si aggiunge a quelli precedentemente assegnatigli. Evidentemente l’architetta ha competenze che spaziano da un capo all’altro dello scibile umano, per cui è impossibile farne a meno». Parole che oggi tornano d’attualità, perché il perimetro dell’azione di Vicari continua ad allargarsi, seguendo quello – sempre più vasto – dei poteri presidenziali.

L’ultima nota di Palazzo d’Orléans parla di tempestività, di semplificazione globale delle procedure, di sub-commissioni dedicate alle autorizzazioni ambientali, di fondi già stanziati e altri in arrivo. Un lessico ormai standardizzato, che accompagna ogni fase dell’emergenza. Anche la composizione della cabina di regia risponde a uno schema consolidato: ne fanno parte assessori, dirigenti generali, rappresentanti della Protezione civile, dell’Irfis, della Struttura per il contrasto del Dissesto idrogeologico, della Commissione tecnica specialistica. Tutto sotto la guida diretta del presidente, che ha già fissato riunioni settimanali e scandito il ritmo dell’azione.

Il punto, però, non è l’emergenza maltempo. Il punto è che Schifani non è il commissario di questa emergenza, ma di tutte. Lo è per i rifiuti, con poteri speciali per accompagnare la nascita dei termovalorizzatori. Lo è per l’autostrada A19 Palermo-Catania, nominato direttamente dalla presidente del Consiglio per accelerare i cantieri. Lo è stato, almeno in parte, per l’emergenza idrica, salvo poi cedere il passo a un altro commissario (Nicola Dell’Acqua) quando si è reso conto che i poteri concessi non bastavano. Lo è, di fatto, anche all’interno del governo regionale, dove le leve decisive – Sanità ed Economia – sono presidiate da tecnici o da assessori a sovranità limitata, mentre il presidente accentra e decide.

A questo si aggiungono gli assessorati ad interim, che dal 10 novembre scorso – dopo la revoca delle deleghe agli assessori della Democrazia Cristiana – ha avocato a sé: Enti locali e Funzione pubblica, Lavoro e Famiglia. Per mesi anche l’Agricoltura (prima del reintegro in giunta di Luca Sammartino). Un uomo solo al comando, o quasi. Con un’agenda che si riempie di emergenze e un governo ordinario che, progressivamente, si svuota.

Il paradosso è evidente: più emergenze ci sono, più aumentano i poteri straordinari; più crescono i poteri, meno spazio resta per l’amministrazione ordinaria. La Sicilia vive in uno stato di eccezione permanente che giustifica ogni deroga e legittima ogni accentramento. Ma un presidente che diventa commissario a tempo pieno può ancora governare? O finisce per inseguire le crisi una dopo l’altra, senza costruire una visione e senza distribuire responsabilità?

Schifani ha annunciato che dedicherà il 50 per cento della sua attività istituzionale alla gestione dell’emergenza maltempo. Resta da capire cosa succederà nell’altro 50 per cento. Perché governare una Regione non significa solo spegnere incendi o tamponare alluvioni, ma costruire una classe dirigente, valorizzare competenze, avviare riforme. Il rischio, altrimenti, è che la Sicilia diventi un grande commissariamento a cielo aperto: sempre guidato dalla stessa mano, con gli stessi uomini, e destinato a misurare i propri risultati solo alla prossima emergenza.