L’assessora Faraoni esulta. Dice che la Sicilia ha superato il target di spesa del Programma nazionale Equità nella Salute (Pnes), che sono stati impegnati 17,7 milioni contro i 16,3 previsti, che la governance ha funzionato, che il metodo è quello giusto, che la macchina ha girato come doveva. È una dichiarazione che suona bene, tecnicamente ineccepibile. È anche, però, una di quelle frasi che sembrano vivere in un mondo parallelo rispetto a quello che i cittadini sperimentano ogni giorno quando entrano in un ospedale, si presentano al Cup o aspettano un farmaco salvavita.

Il punto non è il Pnes in sé. Il Piano Equità nella Salute nasce con obiettivi condivisibili, anzi sacrosanti: ridurre le disuguaglianze, rafforzare la sanità territoriale, occuparsi di salute mentale, di genere, di screening oncologici. E i soldi non mancano: oltre cento milioni di euro, fondi europei, quindi risorse che non gravano direttamente sul bilancio regionale. Il problema è che, nella sanità siciliana, il superamento di un target di spesa non coincide quasi mai con un miglioramento percepibile dei servizi. È un risultato amministrativo che resta tale, mentre fuori dai comunicati il sistema continua a perdere pezzi.

Per rendersene conto basta la cronaca. A Patti, per esempio, l’ortopedia dell’ospedale è diventata un caso politico. Stanze vuote, personale ridotto all’osso (tre dei quattro medici in corsia gode dei diritti della “104”), turni notturni di fatto inesistenti. È lo stesso ospedale finito sotto i riflettori, pochi mesi fa, per una frattura immobilizzata con del cartone. Se n’è discusso in commissione all’Ars, dove lo sbirresco La Vardera (protagonista di un blitz a sorpresa) e il presidente (leghista) Laccoto hanno duellato sul “metodo”. Ma intanto il messaggio che arriva ai cittadini è brutale nella sua semplicità: se ti rompi qualcosa oltre una certa ora, arrangiati. Altro che servizi equi e di qualità.

All’ospedale “Cervello” di Palermo, invece, la sanità mostra il suo volto più indecoroso nella gestione dell’ordinario. Pazienti oncologici e cronici costretti ad aspettare all’aperto, al freddo e sotto la pioggia, per ritirare farmaci salvavita. Code concentrate in poche ore, nessuno spazio interno adeguato, segnalazioni rimaste senza risposta. Qui non c’entrano grandi riforme o piani strategici: è organizzazione di base, è rispetto per chi è fragile. Ed è esattamente su questo terreno che la distanza tra le parole dell’assessorato e la realtà diventa imbarazzante.

Come se non bastasse, negli stessi giorni arriva l’ennesimo episodio simbolico dal Policlinico. Un ascensore fuori uso da mesi, nel reparto di Ginecologia. Una paziente costretta a salire le scale seduta sui gradini. Donne incinte che, secondo la denuncia, arrivano in travaglio e devono farsi a piedi i piani per raggiungere la sala parto. La reazione del presidente Renato Schifani è furibonda: “Apprendo dalla stampa, è inaccettabile”. Dall’altra parte la replica rassicurante: nessun pericolo per le degenti, i lavori partiranno a breve. È un copione già visto. L’indignazione a caldo, la smentita tecnica, la promessa di intervento imminente. Intanto, però, l’ascensore resta guasto e la scena – una donna costretta a salire le scale in un ospedale pubblico – diventa la metafora di un sistema che arranca.

Poi c’è il livello strutturale, quello che non si vede in una foto o in un video, ma che pesa molto di più. La Corte dei Conti ha messo nero su bianco un giudizio severo sulla gestione delle liste d’attesa e, più in generale, sul coordinamento del sistema sanitario regionale. Una sanità che ha speso sempre di più negli ultimi dieci anni, che ha attraversato la pandemia accumulando arretrati enormi, e che oggi fatica a recuperare in modo credibile. I dati sulla mobilità sanitaria passiva sono lì a dimostrarlo: decine di migliaia di siciliani ogni anno vanno a curarsi fuori regione, non per capriccio, ma perché non possono aspettare o non si fidano. E ogni ricovero fuori dall’Isola è un doppio danno: per il paziente e per i conti pubblici.

Il capitolo più surreale del referto riguarda i numeri sui cosiddetti “recuperi” delle prestazioni arretrate. Tradotto: la Corte dei Conti ha chiesto alle aziende sanitarie quante visite, esami e ricoveri non erano stati effettuati durante la pandemia e quante di quelle prestazioni fossero state successivamente recuperate. Ci sono aziende che dichiarano di avere recuperato il doppio, il triplo, in alcuni casi addirittura otto volte il numero delle prestazioni arretrate inizialmente censite. Un paradosso che non indica un’improvvisa iper-efficienza del sistema, ma piuttosto la totale inaffidabilità dei dati di partenza e dei meccanismi di rilevazione. Sulla carta le liste d’attesa si accorciano, ma nella realtà i cittadini continuano ad aspettare mesi.

In questo contesto, l’annuncio sul Pnes assume un significato politico che va oltre il merito tecnico. Perché racconta una contraddizione profonda: si festeggia la capacità di spendere fondi europei mentre il sistema fatica a garantire l’essenziale. Si rivendica l’efficienza della governance mentre la Corte dei Conti parla di mancanza di coordinamento. Si esaltano i piani e le priorità strategiche mentre i cittadini fanno i conti con reparti fantasma, ascensori rotti, attese interminabili, farmaci ritirati sotto la pioggia.

C’è poi un ultimo livello, più squisitamente politico. L’assessora – un tecnico scelto da Schifani, con l’avallo di Sammartino e l’umiliazione di Forza Italia – è da mesi sulla graticola, tra appetiti di partito e malumori interni alla maggioranza. Fratelli d’Italia continua a guardare alla Sanità come a una casella da conquistare. L’opposizione parla apertamente di collasso. E in mezzo, invece di una discussione seria sugli interventi necessari, si moltiplicano le dichiarazioni autocelebrative.

La sanità siciliana non ha bisogno di essere raccontata come una macchina che funziona solo perché i numeri di un programma europeo tornano. Ha bisogno di meno propaganda e più verità. Perché ogni esultanza rischia di sembrare non solo fuori tempo, ma fuori luogo. E il sospetto è che, ancora una volta, si stia scambiando la capacità di spendere con la capacità di curare. In Sicilia, purtroppo, sono due cose che continuano a non coincidere.