Due retromarce in pochi mesi. Prima la lunga resistenza sulla nomina di Annalisa Tardino all’Autorità portuale di Palermo, finita con il via libera. Poi la linea durissima contro la Democrazia Cristiana, oggi già in via di archiviazione. In mezzo c’è la tenuta della maggioranza e la partita del bis. Ed è qui che torna la domanda politica: quanto pesa davvero, ormai, la parola di Renato Schifani?
Partiamo da Tardino: l’ex segretaria ed europarlamentare della Lega sarà il nuovo presidente dell’Autorità Portuale di Palermo. L’accordo è arrivato in simultanea con la benedizione di Matteo Salvini al bis del governatore. Una coincidenza che archivia mesi di tensione fra il Ministro delle Infrastrutture e il governatore. Il quale, al termine dell’ultima giravolta, ha ottenuto pure la promessa di altri cinque anni a Palazzo d’Orleans.
Non basta, come ovvio, la rassicurazione di Salvini. Ma basta per guardare in retrospettiva una vicenda che ha agitato il clima nella maggioranza. Nel pieno del braccio di ferro con il Mit, Schifani aveva messo nero su bianco le sue riserve sui requisiti dell’ex eurodeputata. «Annalisa Tardino è un ottimo avvocato, ha fatto benissimo l’europarlamentare e l’avrei accettata di buon grado in caso di rimpasto nel mio governo – spiegava – ma l’Autorità portuale è una forma di sottogoverno specifica che presuppone una preparazione particolare prevista dalla legge».
Non solo. Il governatore rivendicava di aver espresso per tempo la propria contrarietà: «Massima stima nei confronti di Annalisa ma già nel mese di aprile manifestai a Salvini questa mia non condivisione…». E ancora, dopo un confronto con il viceministro Rixi, sottolineava «la necessità di una continuità tecnica con l’esperienza di Pasqualino Monti, che ha cambiato il volto di Palermo».
Parole nette, che rendevano lo scontro politico tutt’altro che episodico. La Regione era arrivata perfino a impugnare l’atto ministeriale davanti al Tar. Già a settembre la linea aveva iniziato ad ammorbidirsi: Palazzo d’Orléans spiegava di aver scelto «di non insistere sulla sospensione cautelare», ma ribadiva «la propria convinzione che le contestazioni mosse al provvedimento ministeriale siano fondate». Oggi, però, di quel ricorso non è rimasto praticamente nulla. La Tardino è presidente e l’asse con Salvini è stato ricucito.
Ma la torsione più significativa riguarda la Democrazia Cristiana. Quando esplose il caso giudiziario legato a Totò Cuffaro – tuttora ai domiciliari – il governatore fu perentorio: «Alla luce del quadro delle indagini… ritengo non sussistano le condizioni affinché gli assessori regionali espressione della Nuova Democrazia Cristiana possano continuare a svolgere il proprio incarico all’interno della Giunta regionale». Non fu una scelta tecnica, ma – parole sue – una decisione fondata su «massima trasparenza, rigore e correttezza istituzionale», assunta per tutelare «la credibilità dell’istituzione». Un «atto di responsabilità politica e morale», precisò allora Schifani.
Oggi lo scenario è cambiato. Dopo il colloquio distensivo con i tre commissari della Dc “decuffarizzata”, che condurranno il partito al congresso del prossimo giugno, il ritorno in giunta (con altri interpreti) non è più un’ipotesi remota, ma una prospettiva concreta. La questione morale, evocata con tanta solennità, lascia spazio alla necessità di tenere insieme la maggioranza e mettere in sicurezza i numeri in Aula, già più volte messi a rischio dai franchi tiratori del centrodestra.
Il copione è chiaro. Il via libera alla Tardino consolida l’asse con la Lega e porta in dote – almeno da via Bellerio – l’apertura sul bis. Il riavvicinamento alla Dc serve invece a stabilizzare la legislatura e a evitare imboscate parlamentari su temi di ben altra levatura rispetto alla riforma degli Enti locali: la prossima estate, Corte dei Conti volendo, approderà in aula un “collegato” alla Finanziaria dal peso specifico di due miliardi (cioè l’avanzo di amministrazione annunciato dal governo).
Per questo le due operazioni, sebbene risultino politicamente comprensibili, sul piano della coerenza non lo sono affatto. Perché tra le parole pronunciate nei momenti di rigidità e le scelte praticate nella fase della sopravvivenza politica si è aperto uno scarto evidente. Ed è proprio lì che si misura, oggi, il valore effettivo della parola del presidente.


