Il pagnottismo in Sicilia non è un incidente di percorso. Ma un metodo stratificato, tollerato, perfino metabolizzato da un sistema politico-amministrativo che negli anni ha imparato a conviverci senza troppi imbarazzi. La vera novità è che oggi si litiga per stabilire chi può praticarlo senza finire nel mirino.
Dentro questa cornice si colloca il caso esploso all’Ars sull’allestimento dello stand Sicilia alla Bit di Milano (dal 10 al 12 febbraio scorso). La società di Tony Siino – esperto per la comunicazione del presidente della Regione – si è aggiudicata, in partnership con Digical, una commessa da 175 mila euro a valere sui fondi Fesr 2021/2027. Il Partito Democratico ha presentato un’interrogazione formale chiedendo a Renato Schifani ed Elvira Amata di verificare eventuali profili di conflitto d’interessi o di vantaggio informativo privilegiato. Nel mirino, oltre al ruolo di Siino, anche la procedura negoziata senza pubblicazione di bando e la scelta di pubblicare la gara sulla piattaforma Sitas anziché su Consip, circostanza che avrebbe potuto restringere la platea dei concorrenti. Elementi che, presi singolarmente, rientrano nel perimetro delle verifiche amministrative. Ma che, letti nel contesto siciliano della comunicazione istituzionale, assumono un peso diverso.
Perché la Regione non è nuova a un certo modo di distribuire incarichi nel settore. Il caso più emblematico resta quello di Maurizio Scaglione, editore e produttore che negli ultimi anni ha costruito un rapporto diretto e continuativo con Palazzo d’Orléans. I numeri raccontano una sequenza per niente episodica: circa 87 mila euro per una ventina di video istituzionali, 30 mila per la prima edizione di “Sicilia Gourmet”, 48 mila per la seconda, 79 mila per il format “Invito in Sicilia”, fino agli ultimi affidamenti per ulteriori prodotti video legati ad eventi della Presidenza. Totale: oltre mezzo milione di euro in incarichi diretti.
Il meccanismo è noto e comprende una costellazione di affidamenti fiduciari sotto soglia, spacchettati nel tempo (a tre distinte società, tutte riconducibili al medesimo proprietario), spesso giustificati dall’urgenza o dalla specificità del prodotto comunicativo. Una prassi formalmente prevista dall’ordinamento, certo. Ma che nel tempo ha costruito una filiera stabile tra committente pubblico e fornitore. Ed è proprio qui che il confronto con il caso Siino diventa interessante.
Perché nel primo scenario – quello di Scaglione – il sistema sta funzionando da anni con una sostanziale assuefazione generale (esistono deputati che hanno completamente demandato le proprie dichiarazioni, o quelle dei propri accoliti, ai canali ufficiali di cui sopra; altri che ne hanno sponsorizzato l’ingresso nei circuiti istituzionali e para-istituzionali ad essi collegati). Le opposizioni non hanno mai protestato (neppure di fronte a dati e numeri resi pubblici da alcuni organi d’informazione indipendenti, come Sud Press o “Domani”), gli organismi di controllo non hanno prodotto scosse, e il circuito mediatico ha continuato a scorrere senza particolari traumi. Nel secondo scenario – quello della Bit – la reazione è stata immediata. Addirittura ha investito il parlamento.
Il dato politico evidente è che in Sicilia il livello di allerta sul pagnottismo varia sensibilmente a seconda del protagonista. C’è poi un elemento che rende il caso Bit ancora più delicato. I 175 mila euro provengono dal grande contenitore dei fondi europei, lo stesso salvadanaio che in tempi recenti ha già esposto la Regione a rilievi pesanti. Le operazioni di Cannes – finanziate con risorse comunitarie – hanno prodotto prima l’intervento della Corte dei conti, poi il definanziamento da parte della Commissione Ue e infine una coda giudiziaria e politica che continua a riverberarsi sui vertici istituzionali (l’inchiesta su Galvagno e Amata nasce da quella su Cannes).
È in questo contesto che la scelta di muoversi ancora una volta con procedure negoziate e filiere relazionali nella comunicazione turistica assume un significato che va oltre il singolo decreto. Il punto non è solo se Siino potesse o meno partecipare a quella procedura, ma perché in Sicilia il tema del rapporto tra comunicazione e affiliazione (al potere) emerga solo a corrente alternata.
Nel frattempo il quadro si arricchisce di un ulteriore paradosso. Esponenti delle opposizioni che oggi invocano verifiche siedono con una certa disinvoltura negli stessi salotti mediatici collegati al circuito della comunicazione istituzionale. Una settimana fa al cosiddetto Bar dei pagnottisti c’era il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo, in precedenza a sventolare il pollicione è stato il coordinatore dei Cinque Stelle, Nuccio Di Paola. Tutti interlocutori legittimi, naturalmente. Ma il contrasto tra la durezza delle interrogazioni e la morbidezza delle frequentazioni resta politicamente visibile.
È questo il nodo che la vicenda Bit riporta in superficie. In Sicilia non scandalizza più l’esistenza di un sottobosco della comunicazione pubblica (questo è l’elemento più grave). Scandalizza, semmai, la sua redistribuzione. La guerra dei pagnottisti nasce dalla competizione per governarlo. E finché il dibattito resterà confinato nello scontro tra beneficiari — invece che sulla qualità delle procedure e sull’uso rigoroso dei fondi — il rischio è sempre lo stesso: scambiare il dito per la luna. Altro che trasparenza.

