Il ritorno in aula del disegno di legge sugli enti locali, già fatto a pezzi dai franchi tiratori, agita i sonni dell’Ars. Che per il resto continua a vivacchiare come sempre: zero riforme, pochi obiettivi, uno sconfinato desiderio di occupare poltrone. E così il tema tanto caro al centrodestra e al partito di Cateno De Luca, che ha ottenuto la modifica dell’ordine del giorno in conferenza dei capigruppo, la settimana prossima sarà riproposto a Sala d’Ercole (fino a questo venerdì c’è tempo per gli emendamenti): mentre il mondo brucia, i 70 deputati saranno tenuti a esprimersi sul terzo mandato per i sindaci dei comuni fra 5 e 15 mila abitanti. Wow!

A fare pressione sarebbero una manciata di primi cittadini, anche del Messinese, cui non sono bastati due giri di giostra: ne servirebbe un terzo. Ma anche nella maggioranza il tema non attecchisce. Ad esempio alcuni deputati responsabili, come il meloniano Ferrara, evidenziano che riportare un ddl in aula a dieci giorni dalla sua bocciatura sia una specie di “lesione dell’autonomia” parlamentare. Che peraltro, come già successo, avrebbe la strada spianata per bocciarlo: col voto segreto.

Il periodo, infatti, non è molto propizio per Schifani, Galvagno & Co. Il presidente dell’Ars, alle prese con i guai giudiziari che hanno finito per delegittimarlo e con un “cerchio magico” ingordo, non ha più il controllo delle operazioni. Mentre Schifani, che ha scelto deliberatamente di non occuparsi di politica (in attesa del rimpasto), osserva l’evoluzione dai finestroni di palazzo d’Orleans o dalla piana di Niscemi, dove si ripresenta una settimana sì e l’altra pure per occuparsi dell’emergenza. Potrebbe designare Massimiliano Conti, coraggioso sindaco della città nissena, nuovo assessore agli Enti locali per completare l’opera (ci pensi…).

Nel frattempo i partiti della sua coalizione rischiano di disgregarsi anche sulle scelte più elementari, decise dallo stesso governo: a cominciare dal passaggio di Salvatore Iacolino dalla guida del Dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato della Salute alla guida del Policlinico di Messina, come nuovo Direttore generale. Fratelli d’Italia ha fatto di tutto per giungere a questa soluzione, inclusa la “minaccia” di far saltare il banco (e dopo aver affossato la manovra quater alla fine dell’anno scorso). Peccato, però, che un altro partito della maggioranza – il Movimento per l’Autonomia di Lombardo – abbia scelto deliberatamente di esprimersi in senso contrario. Il ’no’ dell’onorevole Ludovico Balsamo in commissione Affari istituzionali, un paio di giorni fa, ha provocato una votazione al cardiopalma, finita 5 pari, risolta solo dal voto del presidente dc Abbate (che per regolamento valeva doppio).

Il tentativo di impallinare Iacolino è noto da tempo. Per tre sedute la Prima commissione – con all’ordine del giorno il parere sulla nomina – era saltata per l’assenza del numero legale. Ed è uno di quei temi che denotano: a) l’inconsistenza del centrodestra, incapace di serrare i ranghi; b) l’impalpabilità dell’Ars, ridotta a parlare di nomine e di contrappesi come se tutt’intorno non ci fossero macerie. Anche il report di Repubblica di qualche settimana fa confermava i sospetti: il costo medio dell’aula di palazzo dei Normanni, nei primi 43 giorni del 2026, è di 11.829 euro. Oltre 15 milioni già spesi su un bilancio interno che per quest’anno vale 133 milioni.

Ma non è solo questo. È la qualità legislativa a far mordere le mani: al netto delle sessioni finanziarie e dell’ultimo intervento a beneficio delle popolazioni colpite dal ciclone Harry (con 40 milioni), l’Ars non è mai riuscita a lasciare il segno. E ancora meno hanno fatto le opposizioni. Il Pd è tornato alla ribalta per l’interrogazione sui pagnottisti di Serie B (cos’avrà fatto di male Tony Siino, già consulente per la comunicazione del presidente Schifani, rispetto all’onnipresente Scaglione, per meritarsi la gogna pubblica?), La Vardera per aver dato impulso alla procedura di revoca della concessione all’Italo Belga di Mondello, i Cinque Stelle neanche quello. Persino loro, allievi di Grillo e prodigi anticasta, frequentano il bar della domenica, e come gli altri si esercitano nella pratica del voto segreto – ma che fine ha fatto la riforma annunciata a gran voce da Schifani per abolirlo? – allo scopo di mettere i bastoni fra le ruote alla maggioranza. Non serve un genio…

Insomma, questo è quello che ci rimane dei primi tre anni e mezzo di Assemblea regionale: un presidente imputato per corruzione e peculato, un parlamento sbugiardato dalle inchieste (vedi l’ultima su Mancuso), una questione morale a doppia mandata. E ancora: le mancette di fine anno, i veti sulle nomine, le maggioranze trasversali. Il voto segreto. Almeno quello ha reso tutto più divertente. Peccato che il parlamento più antico del mondo (anche questa una vana gloria) abbia perso autorevolezza da tempo. Altro che Federico II. Povera Sicilia, poveri siciliani.