Il ciclone Harry ha trasformato la settimana dell’Ars da corta a cortissima (i lavori parlamentari sono stati rinviati a causa dell’impossibilità dei deputati di raggiungere palazzo dei Normanni). Mentre il governo ha già trovato la sua nuova occupazione: riunirsi per deliberare lo stato di crisi e di emergenza e provare ad affrontare gli effetti di una devastazione che avrà riflessi imponenti e tempi, purtroppo, biblici. Niente a che vedere, però, con quelli del rimpasto promesso da Schifani. Che negli ultimi giorni, cioè dalla visita di Tajani, avrebbe dovuto occuparsi del restyling dell’esecutivo e che invece, preso da mille questioni, ha preferito sorvolare come sempre.
In realtà a causa dell’imbarazzo di FdI nella gestione del caso Amata. Il partito della premier non intende soprassedere sull’eventuale rinvio a giudizio dell’assessore al Turismo, ma prima bisognerà attendere il “verdetto” del Giudice per le udienze preliminari, che si esprimerà il 2 marzo. Nel frattempo a piazza Indipendenza è tutto sospeso. Nulla di diverso dal solito, se non fosse che alcune deleghe siano letteralmente rimaste impigliate nelle inchieste della magistratura penale. L’assessorato al Lavoro e alla Famiglia, ma anche quello alla Funzione pubblica e agli enti locali, non hanno più una guida dallo scorso 10 novembre, giorno della revoca dei cuffariani Albano e Messina.
Da allora è stato il presidente Schifani ad assumere l’interim, ma lo stesso governatore, accennando alla necessità di rimpiazzarli, ha rivelato come la gestione di queste deleghe sia alquanto problematica e, di fatto, demandata ai direttori generali dei rispettivi dipartimenti. I burocrati. Manca la responsabilità politica della decisione e dell’azione. Ecco perché anche Schifani, fino a una decina di giorni fa, riteneva il rimpasto non differibile: “Non vivo in Svizzera – aveva detto – ma politicamente è mio interesse e dovere chiudere il prima possibile. Devo misurarmi anche con le esigenze degli alleati e con quelle interne dei loro partiti. Tutto questo in un lasso di tempo accettabile. Non sono un imperatore che decide da solo, sicuramente però il tema rimpasto non può durare quattro o cinque mesi. Il governo deve andare avanti, abbiamo degli appuntamenti da rispettare”
Poi è arrivato il rinvio della decisione su Amata, la visita cardinalizia di Tajani che sembra aver represso le tensioni interne a Forza Italia, il ciclone Harry (e, per quanto concerne l’attività parlamentare, il dibattito sugli enti locali in commissione), e da qui la nuova frenata. Eppure gli assessorati della Dc rimangono senza guida, e persino la Sanità e l’Economia si confrontano con la presenza di due “tecnici” che non si assumono alcuna responsabilità politica. Sebbene entrambi – la Faraoni e Dagnino – abbiano partecipato all’evento del Politeama, fianco a fianco, per provare a rafforzare la tesi “forzista” del presidente.
Ma Forza Italia è il primo partito a chiedere spazio in giunta, tanto da aver “costretto” il governatore a dichiarazioni nette: “Non escludo modifiche anche per quanto riguarda il mio partito, dove c’è un dibattito sugli assessori tecnici, ma non dimentichiamo che ci sono persone che stanno lavorando e non credo sia bello sentire parlare di sostituzioni. È un tema che verrà affrontato dal sottoscritto senza nessuna preclusione. Tutto sarà fatto col massimo equilibrio”. Già, ma quando? Fratelli d’Italia ha drizzato le antenne e, in cambio di una rinuncia sempre più probabile al Turismo, è pronta a chiedere la Sanità. Il commissario Sbardella ha già sfrattato la Faraoni, giudicando negativa la sua gestione. E in questi giorni, a Roma, ha incontrato Schifani per ribadirglielo.
I due si sarebbero confrontati anche sull’eventuale innesto di Cateno De Luca, ormai sempre più distante dalla maggioranza. Resta il fatto che per la nuova giunta, a meno di improvvisi colpi di scena, bisogna attendere un altro mese e mezzo. E anche il coinvolgimento della Dc nuova – per nuova s’intende senza la scomoda presenza di Totò Cuffaro, tuttora ai domiciliari – passa da una interlocuzione che si fatica a instaurare. Samorì, chi?
L’altro tifoso del tagliando all’esecutivo è Gaetano Galvagno, che però rappresenta l’altra faccia di questa stagnazione. Il presidente dell’Assemblea ha scelto di saltare l’udienza preliminare e andare a processo col rito immediato. Le accuse della Procura nei suoi confronti sono corruzione impropria e peculato. L’inizio del dibattimento è stato fissato per il prossimo 4 maggio. Anche nel suo caso FdI si riserva una decisione sulla scorta di quanto stabiliranno i giudici. E sebbene la sua posizione non abbia alcun riflesso sulle iniziative di Schifani per il governo, Galvagno continua ad essere molto ascoltato all’interno del suo partito. E non solo. E’ stato pubblicamente elogiato da De Luca ed è stato fra i pochissimi esponenti di centrodestra a partecipare all’appuntamento di domenica scorsa a Caltagirone, arrivando ad auspicare un accordo sui programmi. Schifani – vista la nuova escalation di Cateno nei suoi confronti – aveva chiesto ai partiti della coalizione di disertare.
Nel frattempo la Sicilia aspetta. Aspetta che passi il ciclone, che si pronuncino i giudici, che i partiti decidano se governare o amministrare l’attesa. Aspetta una giunta che esiste solo sulla carta – con quattro assessorati privi di responsabilità politica – e un rimpasto evocato come un atto dovuto ma rinviato come una scocciatura. Nessuno ha fretta di decidere. E così, mentre le deleghe restano senza guida e le scelte senza firma, l’unica arte in cui eccelliamo rimane il galleggiamento. Magari ci fosse un’agenzia di rating anche per quella…

