Il popolo dell’opposizione si radunerà a piazza Indipendenza martedì 13 per chiedere a Schifani di dimettersi. Loro, i deputati regionali che hanno mobilitato le masse, si fa per dire, sanno già che non si dimetterà. Per loro fortuna. La convocazione è alle ore 14, e l’orario dice molto, se non tutto. Perché è stato scelto sulle loro esigenze, sulle loro agende, alle 16 ci sarà la solita convocazione d’aula o la fine delle faticose commissioni parlamentari, ed i deputati fuori Palermo arriveranno, più o meno. Che poi le persone normali a quell’ora lavorino o meno non gli importa.
Non la convocano certamente di sabato mattina, ci si guasterebbe il meritato riposo, dopo giorni, settimane, anni a fare poco o nulla, vista la produzione parlamentare. Ma il popolo, le masse popolari, la classe operaia uccisa dall’inflazione, sprovvista di orologio a pendola per rimediare, gli studenti, l’agroalimentare alla frutta, i pescatori senza carburante, perfino i descamisados di Cracolici, al grido el pueblo unido a mas sarà vencido, ci saranno?
No, non più, il pueblo non è più unido, si è atomizzato. Perché queste manifestazioni non sono moti di piazza, sono un raduno di intimi, classi più di liceali, raramente classici o scientifici, che fanno portare dai portaborse qualche cartello o manifesto per le fotografie e i selfie di turno. Non aspettatevi migliaia di persone, di indignados del pendolarismo, che oggi ha mutato significato. Eppure ci sono i motivi, se dopo 17 indagati per corruzione in 4 anni perfino la Commissione anticorruzione si è svegliata convocando il presidente Schifani.
Ma il popolo non ci sarà, rendendo plastica la crasi tra cittadini e politica. I siciliani danno per acquisita e scontata la corruzione delle classi dirigenti, ca va sans dire, per cui non scenderanno in una piazza che mostrerà quattro gatti, alcuni anche morti. Mentre in Spagna, Francia, Germania, in altri paesi europei, ci si indigna ancora, qui in Italia, come ha compiutamente rimarcato Concita De Gregorio, non ci si indigna più, non si scende in piazza e si rimane a casa, renitenti più che resilienti. Ci si sfoga sullo smartphone, magari anonimi, ma non si fa più il minimo sforzo per difendere una cosa chiamata coscienza civile. Pensiamo che debba essere qualcun altro a farlo, qualche tribuno della plebe, che scacci i mercanti dal tempio, pur assomigliando più a Barabba che a Gesù, o qualche magistrato, supplente alla politica. Il tribuno lo farà ovviamente solo per tornaconto personale, non certo per risolvere alcunché. Il magistrato potrà risolvere singoli casi di responsabilità personale, non certo affrontare un problema che sembra endemico. Questo lo può fare solo la democrazia rappresentativa, funzione politica della coscienza civile. Se l’avessimo.


