I pronto soccorso scoppiano, i pazienti aspettano ore su una barella, le ambulanze restano in fila. E la risposta della Regione è sempre la stessa: una convocazione urgente, una richiesta di relazione, una minaccia di ispezione. Il presidente Renato Schifani chiama il manager di turno a Palazzo d’Orléans e il giorno dopo parte il racconto rassicurante dei trombettieri: Schifani “striglia”, Schifani “bacchetta”, Schifani “sferza”. Come se bastasse alzare la voce per rimettere in piedi una sanità che affonda.

Ma la sanità siciliana non ha bisogno di sceneggiate. Non ha bisogno di richiami che durano lo spazio di un titolo e non producono alcun cambiamento. Avrebbe bisogno di riforme strutturali, di una politica che faccia un passo indietro, di appalti puliti, di una gestione trasparente delle risorse e delle nomine. Tutto il resto è fumo, utile solo a spostare l’attenzione.

Villa Sofia è l’ultimo episodio di un disastro permanente. In pieno picco influenzale e durante le festività natalizie, il pronto soccorso viene travolto dai pazienti: code, attese estenuanti, personale allo stremo. Schifani convoca il direttore generale Alessandro Mazzara, chiede un report dettagliato e si riserva l’avvio di atti ispettivi e di conseguenti provvedimenti. Si lascia persino intendere che potrebbero partire controlli a tappeto sui tempi di attesa dei pronto soccorso siciliani. Ma nello stesso momento, al Policlinico di Palermo, le ambulanze restano in coda davanti all’area di emergenza. Due strutture, stesso copione.

Da Villa Sofia fanno notare – senza negare i disagi – che il sovraffollamento dei primi giorni dell’anno non è un fatto eccezionale, ma una costante delle festività natalizie, quest’anno aggravata dall’ondata influenzale. Un fenomeno ciclico, prevedibile, strutturale. Ed è proprio qui che il meccanismo della strigliata mostra tutta la sua fragilità: si finge di scoprire l’emergenza per evitare di affrontarne le cause.

C’è però un dettaglio che rende questa ennesima bacchettata ancora più politica. Mazzara è considerato vicino a Totò Cuffaro, oggi agli arresti domiciliari per corruzione nell’inchiesta su appalti e concorsi nella sanità. Il suo nome compare anche nelle intercettazioni: una telefonata in cui l’ex governatore lo informa dell’accordo sulla sua nomina all’Asp di Enna, prima del trasferimento a Villa Sofia, dove ha preso il posto di Roberto Colletti, che è si era dimesso per un altro presunto caso di malasanità prima di essere interessato da altre vicende. Il contesto, dunque, è tutt’altro che neutro.

Non a caso, mentre Schifani convoca Mazzara, emergono segnalazioni analoghe anche al Policlinico di Palermo, dove i pazienti lamentano tempi lunghi di attesa e le ambulanze fanno la fila. Qui la direttrice generale è Maria Grazia Furnari, considerata vicina all’area di Ruggero Razza e dunque in quota Fratelli d’Italia. Le ispezioni, spiegano da Palazzo d’Orléans, potrebbero estendersi all’intera rete dell’emergenza. Traduzione: un avvertimento trasversale agli alleati, mentre si rimettono in gioco altre caselle della sanità.

Il punto è che le strigliate diventano uno strumento di governo solo sulla carta. Nella realtà servono a regolare i rapporti di forza, a colpire manager considerati “in quota” a questo o quel partito, a ridisegnare il puzzle delle nomine. Lo dimostra anche la “super commissione” voluta da Schifani dopo l’arresto di Cuffaro, incaricata di passare al vaglio i curriculum dei futuri manager. Presentata come garanzia di rigore, rischia di trasformarsi nell’ennesimo filtro politico, utile a selezionare non i migliori, ma i più compatibili con l’equilibrio del momento.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché Schifani striglia sempre gli altri e mai se stesso? Perché non ha mai richiamato l’assessora Daniela Faraoni per avere lasciato l’Asp di Palermo – la più grande azienda sanitaria dell’Isola – senza un direttore generale per oltre un anno? Un vuoto di potere clamoroso, difficilmente spiegabile con ragioni tecniche. La nomina di Alberto Firenze è arrivata solo di recente, dopo mesi di stallo nonostante il via libera della commissione Affari istituzionali dell’Ars. Nel frattempo, l’azienda è stata retta ad interim dal direttore sanitario: un’anomalia che grida vergogna.

Questo metodo non è nuovo. Anzi, è collaudato. Le bacchettate pubbliche producono spesso dimissioni e capri espiatori. È successo con Colletti, accusato di non aver saputo garantire la decenza dei tempi d’attesa nel reparto di Ortopedia chirururgica. È successo con Ferdinando Croce, finito nel mirino dopo lo scandalo delle migliaia di esami istologici in ritardo all’Asp di Trapani, una vicenda gravissima costata anche delle vite. Croce ha provato a spiegare che le responsabilità di un arretrato accumulato negli anni non potevano essere scaricate su un solo direttore generale. Ma dopo la sospensione cautelare disposta dalla Regione è stato costretto a farsi da parte. La politica, ancora una volta, è rimasta in piedi.

La sanità siciliana non crollerà perché un manager non ha prodotto un report convincente. Crolla perché è ostaggio di nomine tardive, commissariamenti infiniti, appalti opachi, scelte dettate dai rapporti di forza tra partiti più che dai bisogni dei cittadini. E finché la risposta sarà una strigliata a favore di telecamera, nulla cambierà.

Chi governa non può limitarsi a chiedere spiegazioni. Deve, o dovrebbe, anche cominciare a darle.