Insularità, un auspicio spacciato come riforma

La locuzione chiave è “misure di compensazione”. Il percorso è lungo e accidentato. E rischia di incagliarsi sui tavoli romani. Ieri all’Ars qualcosina si è mosso. Ma siamo ben lungi dal “risultato storico” narrato da alcuni dei firmatari del disegno di legge. Una norma di un solo articolo, approvata in due minuti, in cui si impegna il Parlamento nazionale a inserire nello Statuto speciale della Regione siciliana l’articolo 38 bis “in materia di riconoscimento degli svantaggi derivanti dalla condizione di insularità”. Si tratta di una “legge voto”, che necessita dell’approvazione di Camera e Senato. E sappiamo che i nostri rapporti con Roma sono tutto tranne che idilliaci. Le zone franche montane, approvate dall’Ars prima di Natale, non hanno ancora varcato le porte di Montecitorio e Palazzo Madama. Anche in quel caso una “legge voto”.

Serve il pressing della deputazione nazionale, magari con l’aiutino dei Cinque Stelle, e imparare a giocare di squadra. Ma questo è il meno. Superato lo scoglio della “legge voto”, ogni singola questione sarà al centro di negoziati col governo centrale. Uno sconto sulle tariffe aeree? Negoziato. L’applicazione della fiscalità di vantaggio? Negoziato. L’introduzione delle zone economiche speciali? Negoziato. Però la Sicilia avrà dalla propria un elemento in più. L’articolo 38 bis dello Statuto, vituperato e bistrattato a corrente alternata, che recita così: “Lo Stato riconosce gli svantaggi derivanti dalla condizione di insularità e garantisce le misure e gli interventi conseguenti per assicurare la piena fruizione dei diritti di cittadinanza dei siciliani”.

“Garantisce” è l’altra parola d’ordine. Ma chi può garantire per Roma e a quali condizioni? Visti i precedenti, la lotta strenua per il disavanzo e tutto il resto, non sarà una passeggiata. Nessuno pensa che debba esserlo. Ma per fare in modo che non diventi tempo perso, è necessario un impegno concreto da parte della politica. Armao ha provato a fare il primo passo: quantificare, attraverso uno studio che certamente costerà altri soldini, il “peso” dell’insularità per la Sicilia. Che vuol dire: i soldi spesi di carburante da parte dei tir che trasportano merci; le difficoltà di collegamento e di interscambio che fanno allungare i tempi di percorrenza e prosciugano il portafogli; le condizioni di difficoltà in cui operano le imprese e la scarsa attrattività della nostra terra per i cluster di tutto il mondo. Una serie di fattori che, secondo l’assessore all’Economia, incidono sulla vita dei siciliani per 4-5 miliardi l’anno. Va bene tutto, purché le pretese della Sicilia non diventino i soliti piagnistei e, dall’altra parte, si compia uno sforzo vero per rendere questa terra appetibile.

Paolo Mandarà :Giovane siciliano di ampie speranze

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