Alla Regione la ‘questione morale’ non esiste. E’ stata seppellita dagli scandali. Non c’è mese senza una sorpresa giudiziaria: mentre a Palazzo d’Orléans si discute di rimpasti e geometrie, nelle procure siciliane si aprono fascicoli che finiscono puntualmente per lambire la maggioranza. L’ultimo nome è quello di Michele Mancuso. Fino a ieri considerato un possibile assessore in quota Forza Italia, oggi agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione.

Secondo la Procura di Caltanissetta avrebbe incassato tre mazzette (in tutto 12 mila euro) per sbloccare 100 mila euro destinati a spettacoli. Il gip ha parlato di «profili di palese mendacio», e nell’ordinanza compaiono passaggi di denaro ricostruiti tra un bar e un distributore di carburante. Come se non bastasse, durante le perquisizioni sono spuntati altri duemila euro sotto il tappetino dell’auto. Politicamente è un colpo tremendo. Anche perché Mancuso non era un comprimario qualsiasi, ma uno dei nomi che circolavano per il prossimo rimpasto. Adesso, per effetto della legge Severino, arriverà la sospensione dall’Ars e quella porta si chiude di colpo.

Peccato che, nella meccanica di questa maggioranza, quando una porta si chiude ce n’è sempre un’altra pronta ad aprirsi. Perché mentre Forza Italia lecca le ferite, torna in quota la Democrazia Cristiana. E con essa il nome di Ignazio Abbate, che nei conciliaboli di Palazzo ricomincia a circolare come possibile assessore. È una vicenda molto diversa da quella di Mancuso. Ma resta una questione di opportunità politica: Abbate è coinvolto in due filoni d’indagine della Procura di Ragusa. Il primo riguarda la presunta truffa sugli indennizzi per la tromba d’aria che colpì Modica nel 2021: secondo gli accertamenti, sarebbero stati chiesti fondi anche per terreni non interessati dall’evento. Il secondo fronte riguarda la gestione dei buoni libro quando era sindaco: circa 472 mila euro di risorse regionali finite sotto la lente della Guardia di finanza, con una quota (oltre 148 mila euro) che, secondo gli inquirenti, non sarebbe stata utilizzata per le finalità previste.

Siamo nella fase delle indagini preliminari, e questo va tenuto in considerazione. Ma la politica non è un’aula di tribunale: dovrebbe muoversi anche su un piano di opportunità, soprattutto dopo quello che questa legislatura ha già registrato. Perché il caso Mancuso arriva al culmine di una sequenza terribile. Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, per esempio, ha scelto il rito immediato nel procedimento che lo vede imputato – insieme al suo autista – per corruzione, falso, truffa e peculato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Palermo che parte dagli sperperi di Cannes (anno 2023). All’esponente di FdI viene contestato anche l’uso improprio dell’auto di servizio. Le intercettazioni – la cui utilizzabilità è contestata dalla difesa – descrivono, secondo l’impostazione accusatoria, un sistema di rapporti con imprenditori in cambio di favori istituzionali (o “utilità”) per il suo cerchio magico). Eppure Galvagno resta saldamente al suo posto: prima carica al parlamento regionale, regista dei lavori d’Aula, perno politico di Fratelli d’Italia.

Non molto diverso, sul piano del peso politico, il caso dell’assessora al Turismo Elvira Amata, anche lei finita nel perimetro delle indagini che ruotano attorno allo stesso filone investigativo. I magistrati ipotizzano, a vario titolo, profili di irregolarità nei rapporti con imprenditori e nella gestione di iniziative promozionali. Anche qui il procedimento è in corso (l’udienza preliminare si terrà il 2 marzo) e le responsabilità saranno accertate nelle sedi competenti. Ma nel frattempo Amata continua a guidare uno degli assessorati più strategici della Regione, snodo decisivo di spesa e visibilità.

C’è, poi, il processo per corruzione che coinvolge Luca Sammartino, attuale vicepresidente della Regione. E ci sono i cocci dell’inchiesta che ha azzoppato Totò Cuffaro, tuttora ai domiciliari per il concorso “truccato” (secondo i magistrati) di Villa Sofia. All’indomani dello scandalo, Schifani ritirò le deleghe ai due assessori senza macchia della Dc, Nuccia Albano e Andrea Messina, ritenendo “doveroso riaffermare la necessità che il governo regionale operi nel segno della massima trasparenza, del rigore e della correttezza istituzionale (…)  In questa prospettiva, e fino a quando il quadro giudiziario non sarà pienamente chiarito, ritengo non sussistano le condizioni affinché gli assessori regionali espressione della Democrazia Cristiana possano continuare a svolgere il proprio incarico all’interno della Giunta regionale”. Il quadro non è stato affatto chiarito, eppure il perdono si avvicina. In generale, tanti pezzi della coalizione sono finiti, a vario titolo, sotto la lente delle procure. E adesso si aggiunge Mancuso, che fino a ieri sembrava pronto al salto di qualità e oggi è fermo ai domiciliari.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dei sei partiti che sostengono Schifani, sei sono finiti dentro vicende giudiziarie di peso. Una coincidenza statistica può capitare. Una sequenza così lunga diventa un problema politico. Il punto, però, non è sostituirsi ai giudici, ma capire se questa maggioranza abbia davvero intenzione di porsi il tema della selezione della propria classe dirigente. Perché fin qui la sensazione è opposta: quando si apre una casella, la priorità sembra essere riempirla senza ricorrere a merito e competenze, ma soltanto agli equilibri politici. Anche a costo di convivere con qualche ombra di troppo.

E così la questione morale, evocata a intermittenza, continua a restare sullo sfondo. Sempre pronta a ripresentarsi, puntuale, al prossimo giro di cronaca.