Silvio Berlusconi prometteva la rivoluzione liberale ma non poteva farla per due motivi: gli italiani non sono liberali e non lo era neanche lui. Poi ce ne sarebbe un terzo, che nessuno sa bene come si fa una rivoluzione liberale e che cosa comporterebbe, ma qui andiamo negli spazi inesplorati della politologia utopica. Per restare a Berlusconi, la sua idea di liberalismo, ovvero di un mondo in cui lo Stato arretra quanto può per cedere spazio alla libertà dei cittadini, si riduceva all’idea di non chiedere il permesso al governo o al Parlamento se voleva trasmettere in diretta su tutto il territorio nazionale, se voleva comprare giornali (non all’edicola), se venivano definiti conflittuali interessi che lui trovava invece armonici.

Berlusconi era sensibile al liberalismo per sé stesso, e infatti fece approvare numerose leggi per liberarsi dall’assedio delle procure: molte leggi, alcune delle quali liberali e dunque utili a tutti, quando per puro caso l’interesse di tutti coincideva col suo. Ma finì col promettere dentiere gratis perché aveva capito che gli italiani non vogliono il liberalismo, neanche finto, ma un assistenzialismo vero. Aveva un istinto liberale che finiva dove cominciavano il suo monarchismo – se il monarca era lui – e il desiderio degli italiani di uno stata mamma, che con grande sapienza provvede a me e punisce te.

Diciamo così: in un Paese messo sottosopra dall’inchiesta Mani pulite, nel quale gli unici legittimati a governare, in quanto onesti (santo cielo), erano gli eredi del comunismo e del fascismo (spettacolari le competizioni per i comuni del 1993, per esempio a Napoli, con Antonio Bassolino contro Alessandra Mussolini), l’arrivo di Berlusconi, che quantomeno maneggiava un certo vocabolario occidentale, quasi liberale, sembrò a tanti l’unico approdo propizio.

Tutti questa premessa per arrivare all’erede del fondatore: Antonio Tajani. Io ero fra quelli che pronosticavano l’estinzione del partito con l’estinzione del sire, e invece no. Complimenti a Tajani, saldo verso il dieci per cento, a me inspiegabile se non con la supposizione che egli non sia tanto l’erede di Berlusconi quanto quello di una certa Dc, diciamo di una Dc con la allure alla Antonio Gava, peraltro dotato di un ingombro di cultura da cui Tajani non s’è lasciato zavorrare. Infatti del liberale non possiede nemmeno il glossario base, probabilmente non gli importa di usarlo, di rivoluzioni liberali non ne promette, attribuisce a sé l’aggettivo solo in casi estremi e non ha l’aria di avere nemmeno scorso l’ottimo catalogo della Silvio Berlusconi editore, da Voltaire a Furet a von Hayek a McCloskey. Forse lo aiuta essere sprovvisto anche del glossario base del democristiano, che mai e poi mai avrebbe tuonato al mattino contro la Svizzera colpevole della scarcerazione di un presunto colpevole, e sermoneggiato al pomeriggio sulla “sacralità della toga”, zona referendum.

Nessun democristiano, nemmeno il più scalcagnato, avrebbe convocato l’ambasciatore svizzero per protestare contro una decisione presa non dal governo, ma dal giudice, e in un regime di separazione di poteri che in Occidente vige da qualche secolo, persino in Italia; né avrebbe chiesto al proprio ambasciatore in Svizzera di esigere spiegazioni al procuratore, che infatti ha rifiutato l’incontro, precisando la differenza ulteriore fra la procura, che indaga, e il giudice, che giudica. O perlomeno a un democristiano di questa levatura, quando anche lo si fosse scovato, non si sarebbero affidate didattiche o propagande sulla separazione delle carriere e sulla sacralità delle toghe. Un democristiano di mediocre levatura avrebbe forse spiegato ai parenti delle vittime, che a differenza di un capo partito, di un ministro degli Esteri, di uno che ambisce al Quirinale, non sono tenuti a sapere di procedura penale, e forse nemmeno dei minimi rudimenti costituzionali sulla libertà personale, che la cauzione avrà evitato il carcere al signor Jacques Moretti, proprietario del Constellation di Crans Montana, se il processo lo dichiarerà innocente, ma non glielo eviterà né ridurrà se sarà dichiarato colpevole.

Quella di Tajani è una Forza Italia privata di una sua personalità. Non è più nemmeno fintamente liberale, è democristiana solo all’apparenza e senza volerlo essere, non è moderata neanche nel linguaggio, è una specie di fotocopia in bianco e nero del melonismo. Asseconda il panpenalismo repressivo e poliziesco, compreso quello sui minorenni, le retoriche contro i migranti e i rom, l’immobilismo sul fine vita, il disprezzo per le richieste di diritti lgbt. Non si distingue in nulla, anche sull’Ucraina resta alle belle intenzioni e a votare (apprezzabili) aiuti economici, ma non un parola sulle navi fantasma del petrolio russo che fanno su e giù nel Mediterraneo, arrivano piene e se ne vanno vuote (il petrolio iraniano, idem), non una parola seria contro le spacconerie di Trump, i suoi dazi, le sue pretese territoriali, i suoi sbirri pistoleri, non per un’Europa capace di andare oltre le piccinerie nazionalistiche se vuole contare quel che potrebbe, come ha ripetuto Volodymyr Zelensky a Davos. Quello Zelensky, un Tajani ai confini del salvinismo lo ha trovato un po’ ingeneroso. Dopo quattro anni di guerra per conservare la sovranità, ma anche per tenere di qui la democrazia e di là il puntinismo, a me pare essere stata più generosa l’Ucraina con l’Europa che viceversa. Dopo quattro anni, non aver capito che la resistenza ucraina è resistenza europea, è un po’ grave.

Ma Tajani non conosce il glossario base del liberalismo, non quello democristiano, neppure i concetti elementari della democrazia, dello Stato di diritto, della razionalità. In effetti, una buona base per un buon consenso.

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