La guerra dei navigator

Il ministro Luigi Di Maio durante il kick off dei navigator a Roma. Erano 2.978 i nuovi assunti nei Centri per l'impiego

Attorno alla figura dei navigator si è scatenato un grande paradosso politico. Il governo regionale di centrodestra, per bocca dell’assessore al Lavoro, Antonio Scavone, vorrebbe tenerseli: tanto è l’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive, a pagare. Il governo nazionale, che ha costruito la propria impalcatura sul reddito di cittadinanza, pare invece pronto a disfarsene: il contratto di questi tutor (2.700 laureati, assunti 1.700 euro al mese, grazie a un concorsone nazionale) è in scadenza il prossimo 30 aprile e la ministra Nunzia Catalfo non ha proposto nient’altro che una timida proroga fino a fine anno. La Catalfo difficilmente farà parte del Conte-ter, ma la catanese resta pur sempre la “madrina” del reddito di cittadinanza, e questo lassismo quasi sorprende. Potrebbe significare un paio di cose: che l’investimento – fin qui i navigator sono costati 180 milioni di euro – non ha reso; o che, per far cassa, la loro mansione potrebbe essere “riassorbita” dai lavoratori dei Centri per l’Impiego: una platea di circa 8 mila persone che a breve sarà rafforzata grazie ai concorsi indetti in tutte le regioni d’Italia. Solo in Sicilia ne arriveranno oltre mille.

Senza navigator, il sogno del reddito minimo uscirebbe ridimensionato. La questione, affrontata in questi termini, rischia però di evadere il quesito fondamentale: cioè quanti siano utili. Se lo sono stati. E soprattutto se potranno esserlo anche in futuro. L’efficacia dei navigator, innanzi tutto, andrebbe misurata sulla resa di questo sussidio (il Rdc) che anche i Cinque Stelle hanno negato possa diventare una politica attiva del lavoro. Fin qui è stato uno strumento di contrasto alla povertà: solo in Sicilia i percettori sono aumentati del 33% rispetto a luglio 2019, anche a causa della pandemia che tagliato fuori parecchie persone dal mercato del lavoro. Ma la fase-2, quella che in basa alla sottoscrizione di un patto per il lavoro, avrebbe dovuto garantire un impiego ai disoccupati, è andata a farsi benedire. Pare che appena il 25% dei beneficiari del reddito ne abbia trovato uno (dato dello scorso ottobre). Molti dei quali, però, l’hanno già perso. Si tratta, infatti, di contratti a tempo determinato.

L’abilità dei navigator sta tutta lì: fare da “pontiere” fra domanda e offerta. Si occupano di convocare i percettori del reddito di cittadinanza, sottoscrivere il patto per il lavoro, mappare le offerte formative, stendere i piani personalizzati di accompagnamento al lavoro. Sono ragazzi in gamba – lo dimostra la media del voto universitario degli assunti, 107 su 110, la maggior parte proviene da Giurisprudenza – ma non vanno molto oltre, nel senso che alcuni dei decreti attuativi della misura battezzata a marzo 2019 non sono mai entrati in vigore. Uno di essi avrebbe dato l’opportunità ai tutor di far cadere i percettori dal beneficio qualora avessero rifiutato un’offerta di lavoro definita “congrua”. Doveva essere uno dei deterrenti al “divanismo”.

In un certo senso i navigator hanno le mani legate, sebbene in Sicilia, dove la platea si è ridotta da 429 a 409 unità, continuino a tornare molto utili. Almeno a sentire l’assessore Scavone: “Da poco più di un anno i navigator stanno operando presso i centri per l’impiego isolani a supporto degli operatori per garantire l’erogazione uniforme del servizio, nel rispetto dei livelli essenziali di prestazione, in favore dei beneficiari del reddito di cittadinanza. Nonostante la pandemia – aggiunge Scavone – hanno continuato a svolgere le attività previste da remoto, come la presa in carico dei beneficiari, i colloqui di orientamento e valutazione delle competenze, l’iscrizione a MyAnpal e la compilazione dei curricula vitae. Dal momento successivo alla presa in carico dei beneficiari, ad oggi 58.804, hanno gestito pienamente l’attuazione del loro piano personalizzato sia in presenza che da remoto. Insomma per dirla in una parola, assolutamente promossi”.

Anche se dei 58.804 disoccupati presi in carico (in Sicilia i beneficiari del reddito sono 244 mila nuclei familiari, cioè quasi 700 mila persone), solo 5220 hanno trovato lavoro; 5.581, invece, sono state le proposte di politiche attive di cui 1.758 con esito positivo, 41.053 percorsi formativi con 9.449 beneficiari iscritti, mentre per quanto riguarda i progetti di utilità collettiva 448 beneficiari sono stati coinvolti nei 93 PUC (piani di utilità collettiva) già avviati e 10.293 saranno coinvolti nei 266 in via di attivazione. Infine, oltre 6 mila percettori presi in carico sono stati accompagnati ad iscriversi presso i centri istruzione per adulti per l’assolvimento dell’obbligo scolastico. Perché qui la questione è anche un’altra: non basta avere il sussidio per rimettersi in gioco. Sono tantissime le persone non scolarizzate, che prima di approcciare al mercato devono procurarsi un titolo. La trafila è molto più lunga di quanto, dall’esterno, sembri. I navigator servono anche a questo, sebbene in quasi 20 mesi abbiano faticato non poco: ad esempio, non hanno mai potuto usufruire della piattaforma informatica promessa da Mimmo Parisi, controverso capo dell’Anpal. La stessa che lui utilizzava come docente all’università del Mississippi. Sono costretti a ricercare le eventuali occasioni di lavoro all’interno delle bacheche regionali, che spesso – come nel caso della Sicilia – risultano sguarnite.

Non fanno un lavoro facile, e questo è chiaro tutti. Ma non sono nemmeno agevolati. Nei prossimi concorsi per rafforzare i Centri per l’Impiego, ad esempio, non gli verrà riconosciuto un punteggio aggiuntivo. Anche in Sicilia ribolle l’attesa: sono in palio 1.135 posti, cui ambiscono – fra gli altri – ex sportellisti e attuali dipendenti di ruolo dell’assessorato al Lavoro, che temono di vedersi scavalcati nella gerarchia. In particolare i dipendenti delle fasce basse dei Centri per l’impiego chiedono, prima del concorso, una riclassificazione che permetta loro di andare a occupare le fasce alte (A e B) lasciando quelle basse ai futuri neo-assunti. Una tesi che vede alcune sigle sindacali a supporto. Secondo Cobas e Sadirs “prima di pensare ai navigator l’assessore Scavone dovrebbe riqualificare e riclassificare il personale regionale già presente. Nessun potenziamento dei Centri per l’impiego potrà essere raggiunto senza che venga previsto il riconoscimento della professionalità dei dipendenti regionali”. Dario Matranga (Cobas) e Fulvio Pantano (Sadirs) ricordano, inoltre, che “bisogna sanare l’insopportabile anomalia di lavoratori che oggi svolgono mansioni superiori alla loro fascia e rischiano di non vedere riconosciuta la loro professionalità qualora avvenissero prima della riclassificazione i concorsi o ventilate stabilizzazioni. Si creerebbero insanabili contrasti tra neo assunti in categorie superiori e personale interno in categorie inferiori”.

La Regione e Scavone sembrano gli unici pronti a offrire una sponda. E anche la Uil, con il segretario Claudio Barone, spinge per la stabilizzazione. Per questi 409 “sfortunati” non sarà facile dimenarsi in mondo popolato da arpie, dove in passato i diritti dei lavoratori sono stati ridotti in brandelli, e la brama di vendetta è superiore a qualsiasi aspettativa occupazionale. Per l’assessore Scavone quello effettuato dai navigator è “una gran mole di lavoro che non si può disperdere e che secondo noi deve necessariamente continuare. Basti pensare che, in queste e nelle prossime settimane, circa 2 mila percettori del reddito stanno per essere accompagnati dai navigator all’autoimprenditoria attraverso una specifica assistenza nell’avviamento dei percorsi di autoimpresa. Solo da ottobre scorso ad oggi – conclude l’esponente del governo Musumeci – il lavoro dei navigator, attraverso l’utilizzo della piattaforma MOO (mappatura delle opportunità occupazionali) ha consentito di contattare da remoto o in presenza oltre seimila cinquecento imprese che hanno offerto 2.995 opportunità occupazionali”.

Ma il rischio vero è che anche i navigator, prossimamente, possano pagare il conto salatissimo di una misura che – al netto delle centinaia di furbetti scovati in Sicilia, alcuni in odor di mafia – proprio non funziona. Il reddito avrebbe dovuto garantire una ripartenza. Invece ha rappresentato un sussidio. Conte e Di Maio, qualche mese fa, avevano preteso un “tagliando”, e invece l’ultimo regalino si chiama “social card”. Ossia la possibilità, per tutti i percettori del Rdc con un Isee inferiore a 7 mila euro, di accedere a una carta per gli acquisti dal valore di 480 euro annui, rendendo vano anche il principio della non cumulabilità fra i benefici. Mentre i navigator dovrebbero indirizzarli verso un lavoro, il governo li solletica con altri sussidi. Forse sarebbe ora di dire la verità: cioè che i navigator non servono, perché la prospettiva non è offrire un lavoro, ma un posto sul divano. E questo si può trovare anche senza un tutor.

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