Nella settimana del Dies irae sembrava un Savonarola che impugnava la spada di fuoco contro i demoni del malaffare, un Torquemada pronto a ripristinare codici e riti della Santa Inquisizione. Nel volgere di poche ore scomunicò Totò Cuffaro e i reprobi accusati con lui di corruzione, defenestrò i due assessori democristiani e criminalizzò il partito che per tre anni era stato il suo alleato più leale. Disse al mondo che doveva farlo per garantire alla Sicilia rigore e trasparenza. Oggi, leggendo Repubblica, ci si accorge che la vampata moralista di Renato Schifani altro non era che una purificazione con svista. Il governatore aveva lasciato nelle mani di Mauro Pantò – il genio cuffariano del sottogoverno – la più grande e spregiudicata macchina del clientelismo regionale: la Sas. Dove trovano assunzione parenti, amici e amici degli amici. Un elenco che fa paura.


