La sanità non è una materia qualsiasi. Non è un dipartimento da spostare in un organigramma, non è una casella da riempire in una tabella. La sanità è il punto in cui lo Stato incontra le persone: quando stai male, quando aspetti, quando hai bisogno. È il luogo dove le parole finiscono e comincia la realtà. E in Sicilia, quella realtà, fa acqua.

Il Ministero della Salute ha rispedito indietro la rete ospedaliera regionale. Non perché non fosse d’accordo. Ma perché non si capiva. Posti letto “da attivare” indicati con valori negativi: meno 49, meno 35. Centotrentacinque posti di psichiatria senza corretta identificazione. Strutture con codici inesistenti, come il caso del P.O. Casazza. Reparti attribuiti senza una unità operativa di riferimento: gastroenterologia ad Agrigento, neuro-riabilitazione a Messina, pneumologia al Giglio.

Non è una differenza di opinioni. È un problema di logica. La programmazione sanitaria ha una grammatica elementare: ogni posto letto deve stare da qualche parte. Dentro una disciplina, dentro una struttura, dentro una rete. Se non sai dove sta, non è un posto letto. È un’illusione. E infatti il Ministero non contesta la politica. Contesta le basi. Come un insegnante che, con un certo imbarazzo, è costretto a ricordare a uno studente che due più due fa quattro.

Questo basterebbe a fermarsi qui. A dire: ricominciamo. E invece no. Perché mentre la sanità siciliana inciampa nei fondamentali, la politica fa quello che sa fare meglio: costruisce procedure. La nuova nomina del dirigente generale della Pianificazione Strategica è un piccolo capolavoro di lentezza e ostinazione.

Dopo il caso Iacolino, una nomina difesa fino all’ultimo e poi abbandonata quando non era più difendibile, ci si sarebbe aspettati una correzione semplice, rapida, quasi inevitabile.

Invece si riparte. Nuovo interpello. Nuovi requisiti. Nuovi tempi. E soprattutto, la stessa idea: decidere prima e costruire dopo. Dei disastri di Iacolino avevamo parlato per tempo. Non era difficile prevederli. Non serviva essere profeti. Bastava leggere le carte. Non siamo stati ascoltati. È dovuta intervenire la magistratura. E nemmeno questo è bastato.

Perché il problema non è stato considerato un errore da correggere, ma un incidente da superare. E così si riparte allo stesso modo. Stesse logiche, stessi meccanismi, stesso esito probabile. È una forma di coerenza, in fondo. Sbagliare e perseverare.

Nel nuovo avviso compare un requisito molto serio, molto tecnico: esperienza decennale nella gestione amministrativa della sanità pubblica. Suona bene. Fa pensare alla competenza. Ma in politica i requisiti arrivano spesso quando bisogna restringere il campo. E allora la domanda resta lì, sospesa ma inevitabile: si cerca il migliore o si sta preparando il terreno per qualcuno?

Nel frattempo, fuori dalle stanze, c’è la realtà: 154 Case della Comunità programmate. Dodici con almeno un servizio attivo: il 7,8%. Quattro con tutti i servizi obbligatori: il 3,9%. Due realmente operative: l’1,3%. La media nazionale è rispettivamente 45,5%, 16,7% e 3,9%. Tradotto: la Sicilia vale circa un sesto della media nazionale sulla prima soglia e un terzo sulla piena operatività. Il resto è carta.

Sugli Ospedali di Comunità va appena meglio: 4 su 46. L’8,7%. Media nazionale: 27,4%. In Veneto siamo oltre il 60%, in Emilia-Romagna sopra il 46%, in Lombardia oltre il 45%. Non è un ritardo. È un altro sistema.

E la cosa più interessante, o più preoccupante, è che la Sicilia non recupera. Nel secondo semestre del 2025 aggiunge appena tre strutture con un servizio, perde una tra quelle complete e non aumenta quelle realmente operative. Non accelera. Non consolida. Oscilla. È il regno delle scatole vuote: strutture che esistono nei documenti ma non nella vita. A questo punto, il confronto con la Campania è inevitabile.
Più che una vittoria politica, la loro è stata una vittoria amministrativa. E proprio per questo pesa di più.

La Campania è entrata nel piano di rientro il 13 marzo 2007 ed è uscita il 27 marzo 2026: quasi diciannove anni. La Sicilia è entrata il 31 luglio 2007 ed è ancora dentro: diciotto anni e otto mesi. Napoli ha chiuso una stagione. Palermo no. Non perché la Campania sia diventata perfetta. Non lo è. Ma ha fatto quello che serve: ha raggiunto la soglia minima. Nel 2023 ha superato quota 60 in tutte le aree dei LEA: circa 61 in prevenzione, 72 nell’assistenza distrettuale, 72 nell’ospedaliera. Risultati confermati anche nel 2024.

Prima i conti in equilibrio. Poi i servizi sopra soglia. Non eccellenza. Sufficienza. Che in sanità pubblica è già moltissimo. La Sicilia, invece, resta sotto. Sotto in prevenzione. Sotto nel territorio. Due aree su tre. Non è un dettaglio. È il cuore del sistema.

Vuol dire una cosa semplice: la Sicilia continua a dipendere dall’ospedale e resta debole proprio dove una sanità moderna dovrebbe essere più forte, prevenzione, servizi territoriali, presa in carico dei cronici, degli anziani, dei fragili. E infatti il risultato è quello che conosciamo: pronto soccorso pieni e territori vuoti.

E poi c’è la programmazione. O meglio: la sua assenza. Il Programma Operativo è fermo al 2019-2021.
Quello 2023-2025 è “in revisione”. Quello 2024-2026 è “in definizione”. Tradotto: la macchina arriva sempre dopo. Nel frattempo altre Regioni fanno il contrario: programmano, negoziano, avanzano. Non fanno annunci. Presentano dossier. Costruiscono credibilità. La Sicilia corregge codici. È un’immagine quasi perfetta.

Gli altri costruiscono autonomia. La Sicilia cerca il tasto giusto sulla tastiera. Sicuramente l’autonomia differenziata progettata dal governo Meloni è accettata supinamente da Schifani aumenterà i divari, ma prima ancora c’è un fatto più semplice: non si può denunciare il vantaggio degli altri e presentarsi con documenti che non reggono.

Perché alla fine il sistema è brutale nella sua semplicità: premia chi funziona. Penalizza chi no. E allora quella lettera del Ministero diventa uno specchio. Non riflette un’ingiustizia. Riflette una debolezza. Mostra una Regione che non viene fermata perché osa troppo, ma perché non riesce a fare bene nemmeno il minimo.

E sopra tutto questo c’è la politica. Schifani tiene insieme. Tiene le nomine, tiene gli equilibri, tiene i pezzi. Non per governare meglio, ma per gestire potere. Il risultato è sotto gli occhi: una sanità che arranca, una Regione che resta indietro, e un errore che si ripete. Con una certa ostinazione. E con una gravissima responsabilità.