La sanità siciliana non è travolta dall’influenza, ma da se stessa. Il picco stagionale è solo il detonatore di una crisi strutturale che si ripresenta ogni inverno con la stessa puntualità: pronto soccorso saturi, pazienti bloccati in barella, reparti incapaci di assorbire i ricoveri. Il sistema va in tilt e lo fa simultaneamente in tutta l’Isola.

Nelle ultime settimane l’impennata delle sindromi influenzali ha portato il sovraffollamento dei pronto soccorso a livelli estremi. A Palermo, in alcuni ospedali, si sono registrate punte che superano il 300 per cento. Numeri che raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa significhi oggi chiedere assistenza sanitaria in Sicilia. All’ospedale Civico, il rapporto tra pazienti e postazioni disponibili ha raggiunto livelli di grave criticità, con decine di persone costrette a permanenze prolungate in pronto soccorso, in attesa di un posto letto che non arriverà. Il dato più allarmante non è l’aumento degli accessi, ma l’incapacità del sistema di smaltire i ricoveri che fa inceppare il circuito.

Lo stesso schema si ripete a Villa Sofia e al Cervello, dove gli indici di sovraffollamento superano stabilmente il 200 per cento. Il Policlinico “Paolo Giaccone” ha dovuto attivare una task force dedicata alla gestione dell’emergenza influenzale, ammettendo implicitamente che la rete ordinaria non è in grado di reggere l’urto. Ma mentre si invocano piani straordinari, la quotidianità restituisce l’immagine di una sanità inceppata anche nei servizi più elementari. Da oltre tre settimane, nel reparto di Ortopedia, l’ascensore è fuori servizio: un foglio con la scritta “Guasto” affisso alle porte scorrevoli segnala l’ennesima normalità rovesciata.

L’influenza prolunga le degenze, riduce il turnover dei posti letto e blocca la capacità ricettiva. Un fenomeno noto, prevedibile, ciclico. Eppure mai governato. Il quadro non cambia spostandosi nel resto dell’Isola. A Gela il pronto soccorso del “Vittorio Emanuele” è sotto pressione costante, con un numero elevato di accessi quotidiani e un organico ridotto all’osso. A Catania, tra Cannizzaro e Garibaldi, gli accessi per patologie respiratorie legate all’influenza registrano aumenti fino al 30 per cento. A Messina, al Papardo, si arriva a un incremento complessivo degli accessi che sfiora il 40 per cento.

Il Codacons parla di “forti criticità” e di una pressione non più sostenibile sulla rete dell’emergenza-urgenza. Una definizione prudente per descrivere un sistema che opera stabilmente oltre la propria capacità. È dentro questo caos che arrivano le strigliate politiche. Il presidente Renato Schifani convoca i manager, chiede relazioni, pretende spiegazioni. Un atto dovuto, certo. Ma tardivo e, soprattutto, simbolico. Perché interviene quando il problema è già esploso e non tocca le cause strutturali.

Lo stesso vale per la linea annunciata dall’assessore Daniela Faraoni. Il giro di vite sull’intramoenia, la risposta ai rilievi della Corte dei conti sulle liste d’attesa, i controlli promessi, la riscrittura dei contratti dei manager. Tutto viene presentato come una svolta imminente. Ma tutto arriva dopo, mentre il sistema mostra le sue falle ed è a un passo dal baratro. La sensazione è che la “linea dura” funga da difesa d’ufficio.

Dentro questo schema si inserisce, appunto, il piano annunciato per limitare il ricorso all’intramoenia. L’assessore parla di nuovi paletti quantitativi, di un rafforzamento dei controlli e di una verifica più stringente del rapporto tra attività istituzionale e prestazioni private svolte all’interno delle strutture pubbliche. Una risposta diretta ai rilievi della magistratura contabile, che ha segnalato come l’uso distorto dell’intramoenia contribuisca ad allungare le liste d’attesa e a scaricare inefficienze sui conti pubblici. Ma anche in questo caso il provvedimento arriva come intervento correttivo, non come riforma strutturale: un tentativo di rimettere ordine a valle, col rischio di determinare confusione.

Un altro esempio emblematico, consegnato all’oblio con troppa sufficienza (anche se indagano i magistrati) è il caso di Desirée Farinella, sacrificata in nome dell’indignazione preventiva e poi riabilitata troppo tardi. All’indomani della denuncia mediatica di una madre per la vicenda di un piccolo paziente all’Ospedale dei Bambini di Palermo, la scelta non fu quella di accertare con rigore eventuali responsabilità cliniche o organizzative. Si preferì colpire il vertice sanitario del presidio, demansionandolo e umiliandolo pubblicamente, per offrire una risposta politica immediata. Solo successivamente, lontano dai riflettori, una commissione del DASOE certificò nero su bianco che Farinella non doveva essere punita. Una pezza tardiva che non cancellò il danno, ma mise a nudo un metodo: quello del capro espiatorio.

Dentro quella vicenda si collocano anche le interferenze politiche finite sotto la lente della magistratura, come nel caso del deputato regionale di Forza Italia Gaspare Vitrano. Le carte dell’inchiesta raccontano pressioni e tentativi di orientare decisioni sanitarie per contenere il danno d’immagine, più che per correggere disfunzioni reali. Un modo di intervenire che non rafforza il sistema, ma lo rende più vulnerabile, esposto, condizionabile.

È un copione che richiama da vicino quanto emerso anche nell’inchiesta che ha travolto Totò Cuffaro: concorsi pilotati, rapporti opachi, sanità trattata come terreno di influenza e controllo. Vicende diverse, ma la stessa idea distorta della sanità pubblica come spazio di potere prima ancora che come servizio essenziale.

Per questo oggi la strigliata non basta più. Perché arriva sempre dopo il caos. E perché non incide su ciò che davvero manca: una rete ospedaliera aggiornata, un territorio capace di filtrare, una governance che non proceda per reazioni scomposte e capri espiatori. Il disordine che esplode nei pronto soccorso è lo stesso che, da anni, si annida ai vertici del sistema.