In Sicilia la questione morale non è più una formula buona per i convegni. È cronaca quotidiana. È l’impressione sempre più netta che attorno alla Regione si sia addensato un sistema opaco, dove bandi, nomine, finanziamenti, inchieste e arresti finiscono per comporre un quadro devastante. Il punto non è soltanto giudiziario. È politico. Ed è persino peggio: è istituzionale.

Perché quando i cittadini cominciano a pensare che tutto dipenda dai soliti mediatori di potere, dai ras di territorio, dagli affaristi che sanno sempre dove bussare, allora salta il vincolo minimo di fiducia tra istituzioni e società. E senza fiducia resta soltanto il sospetto. Che in Sicilia, ormai, è diventato sistema.

A questo punto Giorgia Meloni non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Tacere non è prudenza. È corresponsabilità. Se davvero vuole difendere la legalità e la credibilità delle istituzioni, batta un colpo. Altrimenti resterà l’idea più semplice e più amara: che sullo sfascio morale della Sicilia il governo abbia deciso di conviverci. E forse perfino di trarne vantaggio.