C’è una Sicilia in codice rosso. E c’è una politica riunita al capezzale che, invece di intervenire, discute: chi deve restare, chi deve andarsene, chi potrebbe subentrare. Se cambiare medico, nominare un primario ad interim o aspettare che si liberi il posto migliore. Il paziente muore. E loro fanno assemblea.
Le vicende giudiziarie, le immagini carpite dagli investigatori che nemmeno Maurizio Crozza sarebbe arrivato a tanto, le inchieste che investono i vertici della Regione siciliana, con le ombre che si allungano anche sul sottogoverno, impongono una premessa: le responsabilità penali si accertano nelle sedi competenti e le accuse non sono condanne. Ma la cautela giudiziaria non può diventare un anestetico politico. La questione è la credibilità delle istituzioni e la distanza tra chi esercita il potere e chi –nauseato- ne subisce le conseguenze. La magistratura faccia il suo lavoro; la politica faccia il proprio.
E invece eccoci all’ennesimo teatrino. Dimissioni sì, dimissioni no. Schifani resta o se ne va? Si vota in anticipo o si tira a campare? Si incastrano regionali e politiche, si aspetta la primavera delle amministrative, con Palermo a fare da partita nella partita, oppure si resiste fino alla scadenza naturale del mandato?
Il calendario elettorale sembra diventato il principale documento di programmazione della Regione. Non quello delle opere, degli interventi, delle riforme. Quello dei voti. La domanda non è che cosa serva alla Sicilia, ma quanto tempo resti da trascorrere a Palazzo. Con una condizione imprescindibile: il buen retiro. Perché stipendi, privilegi, tappeti rossi, auto blu, vitalizi sembrano non bastare mai.
Evidentemente la Sicilia può attendere. Può attendere chi aspetta una visita medica, una prestazione sanitaria in tempi ragionevoli, chi perde ore su strade e collegamenti ferroviari inadeguati o vive in territori esposti al dissesto idrogeologico. Possono attendere le imprese, i comuni in affanno, le periferie dimenticate, le scuole insicure, le famiglie alle prese con servizi insufficienti. E intanto i giovani talentuosi se ne vanno. La politica misura il tempo in legislature; le persone lo misurano in mesi di attesa, occasioni mancate, diritti che esistono sulla carta ma diventano un percorso a ostacoli nella vita reale.
Le persone non possono essere lasciate in stand-by mentre i partiti verificano i propri equilibri. E non basta distribuire annunci e finanziamenti da esibire nella contabilità del consenso per dimostrare che si sta governando.
Una mancetta può comprare un titolo, forse strappare un applauso. Non accorcia una lista d’attesa, non mette in sicurezza una strada o una scuola, non costruisce una rete ferroviaria efficiente, non restituisce fiducia nelle istituzioni. Quando gli annunci abbondano e i problemi restano, la propaganda prende il posto della programmazione.
Governare non significa restare. Significa decidere, fissare priorità, indicare tempi, rispondere dei risultati. Se ci sono le condizioni per proseguire, le si dimostri con i fatti e con un programma verificabile. Se non ci sono più, si affronti la questione senza trasformare la permanenza al potere in un fine autonomo.
Le dimissioni non sono una medicina miracolosa, così come il voto anticipato non è una cura universale. Ma neppure la sopravvivenza della legislatura può diventare un alibi. Se si vota prima, si spieghi perché. Se si arriva alla scadenza, si governi fino all’ultimo giorno. In entrambi i casi, il tempo che rimane non appartiene ai partiti. Appartiene ai siciliani.
E non è una questione di destra o di sinistra, di campo largo o di campo stretto. A furia di discutere di perimetri, rischiamo di ritrovarci con tutti i campi storti: alleanze ridisegnate e nuovi inizi annunciati, mentre la vita delle persone resta identica. Il cambiamento si riduce a un esercizio di nomenclatura.
Poi ci si stupisce dell’astensionismo, lo si archivia come disaffezione, indifferenza, pigrizia civica. Si finge di non capire che una parte della distanza dalla politica nasce dalla convinzione che il voto cambi gli equilibri nei palazzi senza cambiare la vita fuori.
Il fenomeno merita attenzione. La Sicilia non ha bisogno di un’altra strategia per arrivare al prossimo voto, ha bisogno di una strategia per arrivare al prossimo giorno. Il resto è rumore. Molto rumore per nulla, appunto.
Il paziente muore. E loro discutono.
Poi non dicano che i siciliani si sono allontanati dalla politica. La politica, prima, si è allontanata da loro.

