Il pendolo più famoso è quello di Gaetano Armao: “E’ una cosa di famiglia, siamo avvocati dal 1881”. Vi pare che possa infilarci le mazzette? Anche se a oscillare, ultimamente, è un po’ tutta la politica siciliana. A partire dal presidente della Regione, Renato Schifani. Che dopo aver annunciato di “comunicare a breve”, il 6 ottobre, il proprio destino e quello del suo governo, oltre una settimana dopo, con un post altrettanto sobrio, ha tranquillizzato i fan in fibrillazione: “Onorerò il mio mandato fino al termine, non deluderò i siciliani”. In mezzo è successo di tutto.

Ad esempio, sono cominciate le manovre per assicurare ai fedelissimi del presidente – quelli rimasti, quantomeno – le poltrone più importanti. Come quella di presidente del Cda della Fondazione Giglio, per la quale concorre Simona Vicari (l’altra esperta del governatore in materia di energia e trasporti). Il Consiglio d’Amministrazione è decaduto – è stato fatto decadere – e adesso bisognerà ricostituirlo. La Vicari, che sedeva nel Cda su designazione dell’Asp di Palermo, ora potrà ambire a diventare presidente. Per i prossimi tre anni. Questa la ricostruzione dei giornali.

Non proprio una trovata etica (ed epica). Diciamo un trucchetto da prima Repubblica. Che va un po’ in contrasto con le parole pronunciate ieri da Schifani, ai Cantieri culturali della Zisa, dove è apparso in pubblico per la prima volta dopo le sculacciate di Tajani: “Ci sono dei sottogoverni da nominare e su questo sarò ancora più rigoroso, soprattutto alla luce anche di tante vicende. Occorre alzare l’asticella del rigore, del controllo, che dovrà essere fatto probabilmente da organi all’uopo preposti. Non escludo che, in alcuni casi, per alcune nomine, dovrò ricorrere a un parere all’anticorruzione”. Perché non partire dal Giglio di Cefalù.

Schifani, che oggi sarà sentito dalla commissione regionale Antimafia sui numerosi casi di corruzione che hanno ammalorato le istituzioni e il suo “cerchio magico”, è tornato a bacchettare Minardo – suo “amico” ai tempi della nomina a commissario di Forza Italia – dal quale dice di non poter prendere lezioni di “etica politica”; ma soprattutto è tornato a smentire se stesso. Fino a qualche giorno fa non pensava ad altro che alla candidatura-bis (“Lo do per scontato”), oggi frena gli entusiasmi: “Parlarne un anno prima è un dibattito stucchevole e fuori luogo”. Mannaggia a chi lo ha alimentato. Il rancoroso Renato arriverà, forse, al termine della legislatura e poi, voilà, avanti un altro.

Potrebbe essere Cateno De Luca, se la coalizione di centrodestra dovesse puntare su di lui come candidato di sintesi: “Non è scontato che lo sia, ma neppure che non lo sia”, si è fatto scappare Luca Sbardella. Un altro pendolo in eterno movimento. Fino a qualche mese fa, per la campagna elettorale di Messina, sfilava a braccetto con il rivale di Sud chiama Nord, l’indiavolato Marcello Scurria. Oggi ha aderito alla componente di Sud chiama Nord nel Gruppo Misto della Camera. E’ un regalino di Gaetano Galvagno, tra i principali sponsor di Scateno nell’Isola. Anche se questa evoluzione di Sbardella preoccupa i teorici della coerenza: a Roma si ritroverà a votare i provvedimenti della Meloni e dei suoi alleati; a Palermo potrebbe trovarsi nell’imbarazzo di dover giustificare la feroce opposizione di Scateno a Schifani. Ovvio che non ci metterà la faccia.

Ma a proposito di facce: quella di De Luca è da giorni su tutti i media nazionali. L’accordo con FdI, dal quale vorrebbe trarre il 3 per cento a livello nazionale, l’ha portato più a destra di quanto era lecito aspettarsi. Se c’è un pendolo riconosciuto da tutti, nella politica siciliana, quello è proprio Scateno. A lungo l’hanno corteggiato dal ‘campo largo’ – da Italia Viva al Pd – per costruire un’alternativa a Schifani; lui, dopo avergli votato la sfiducia, è lentamente scivolato dall’altra parte della barricata. Anche se adesso, provando a difendere l’indifendibile (cioè la sua stessa coerenza), ha dichiarato che alla Regione avrà mani libere. Potrebbe allearsi con chiunque, o persino correre da solo. Vuole fare il presidente della Regione, ma non per ambizione personale (chi potrà dargli ancora credito?).

Un altro serio competitor per palazzo d’Orleans potrebbe diventare Nino Minardo, commissario di Forza Italia, il quale, a precisa domanda, ha detto di non essere interessato “a questi giochini alla House of Cards”. Cioè la serie tv americana in cui un magnifico Kevin Spacey non si faceva scrupoli per diventare presidente degli Stati Uniti. Minardo, che nel frattempo ha riportato la residenza in Sicilia, ha altro da fare. Lo attende la riorganizzazione di un partito che a lungo la gestione Schifani-Caruso ha murato vivo. E dove l’influenza degli zii di Sicilia (da Totò Cardinale a Raffaele Lombardo, federato ma non troppo disinteressato alle vicissitudini azzurre) potrebbe avere un peso rispetto alla proposta di rinnovamento – sotto il profilo etico e politico – avanzata dai “giovani turchi” (i Mulè, i Falcone ecc).

E’ bello promettere la svolta finché non ci sono decisioni da prendere. Ma adesso, azzerate le possibilità di riconferma per Schifani, il deputato modicano dovrà dimostrare davvero se ha la stoffa per cambiare un destino già scritto. O se dovrà rassegnarsi anche lui a seguire le regole non scritte di una politica sempre più ridotta a una casta.