A cavallo dell’anno nuovo, tra strette di mano brindisi e panettoni, è girata nei palazzi della Repubblica una voce un po’ sorprendente, quasi fantapolitica. Certi collaboratori fidatissimi di Giorgia Meloni (in ciò consiste la chiacchiera) starebbero accarezzando l’idea di elezioni politiche anticipate. Anticipate non di qualche mese ma addirittura di un anno rispetto alla scadenza naturale che cade nel settembre 2027. In pratica, se il loro presunto piano prendesse piede, l’Italia tornerebbe alle urne subito dopo l’estate prossima. Dove sarebbe il vantaggio, nell’ottica meloniana? E perché questa ipotetica accelerazione?
Fino adesso si era detto il contrario, che obiettivo vero della premier fosse tagliare il traguardo del governo più longevo nella storia repubblicana. Per battere il record assoluto, conquistato da Silvio Berlusconi, Giorgia dovrebbe resistere a Palazzo Chigi fino al Natale 2026 e tutto fa credere (perlomeno a chi scrive) che là ce la ritroveremo tra un anno a governare indisturbata. Tra parentesi, chi le insidia il primato? Di certo non Antonio Tajani, che al massimo deve difendersi dall’accusa di essere troppo di buon carattere; e nemmeno Matteo Salvini, il quale arranca venti punti dietro ai Fratelli d’Italia. Davvero non si capisce, a prima vista, quale guadagno ne avrebbe Meloni se anticipasse la resa dei conti all’autunno. Eppure, come detto, l’ipotesi circola. Ambienti autorevoli hanno drizzato le antenne. Vediamo come viene spiegata.
L’idea (attribuita al solito Giovambattista Fazzolari il quale, poveretto, magari non c’entra nulla però è diventato ormai l’anima nera delle più oscure trame) consisterebbe nel battere il ferro finché è caldo. E caldo tra poco il ferro lo sarà di certo per effetto del referendum sulla giustizia che nel clan meloniano già pregustano come un trionfo. Si vota, come sappiamo, sulla separazione delle carriere; in un mondo normale il “sì” e il “no” dovrebbero valere soltanto rispetto al quesito stampato sulla scheda, senza implicazioni d’altro genere; prova ne sia che anche a sinistra c’è chi sosterrà la riforma, nel nome della coerenza con le tesi garantiste da sempre espresse; ma alla tentazione di politicizzare i referendum nessun vincitore ha mai resistito; dunque al successo più che probabile del “sì” verrà attribuito da destra il significato di timbro sulle riforme meloniane e, soprattutto, di plebiscito popolare a sostegno della premier. Una sorta di apoteosi personale, alla faccia di chi le vorrebbe male.
A quel punto ecco la tentazione: perché non passare immediatamente all’incasso elettorale, trasformando i “sì” sulla giustizia in altrettanti voti per i Fratelli d’Italia e per l’intero centrodestra? Secondo la teoria dell’anticipo, del doman non c’è certezza: con gli scrolloni che Donald Trump assesta all’ordine planetario vai a sapere quali saranno gli umori, le speranze, le paure della gente tra un anno e mezzo, alla naturale scadenza della legislatura. Finora Meloni ha stupito tutti restando al top nei sondaggi per oltre mille giorni; ma il vento gira in fretta e quando il declino inizia è troppo tardi per rimediare, specie se i due schieramenti se la giocano testa a testa. Per cui Giorgia, secondo i più impazienti tra i suoi, farebbe bene a cogliere l’attimo. O quantomeno a tenersi pronta. Ecco dunque spuntare le elezioni in autunno come via di fuga prima di restare impantanata. O come agguato per cogliere la sinistra in mezzo al guado, ancora senza leader e senza programma.
In questa follia, insomma, c’è del metodo. Il fantomatico piano non è il delirio che potrebbe sembrare a una prima occhiata: semmai un eccesso di prudenza, di pessimismo all’insegna del “non si sa mai come può finire”. Comunque una carta di riserva. Certo, risulterebbe arduo giustificare uno scioglimento anticipato delle Camere, specie dopo aver raccontato il governo Meloni come una storia di successo; se tale fosse davvero, perché interromperla con un anno di anticipo? L’Italia esigerebbe una spiegazione, in caso contrario potrebbe vendicarsi punendo il centrodestra. Chi causa il voto raramente viene premiato. E non potrebbe essere una giustificazione qualunque: la fine prematura del governo andrebbe motivata con argomenti seri, convincenti anche sul terreno costituzionale. Il contrario di un capriccio.
Ma a tutto c’è rimedio, secondo i fautori dello scioglimento. Un buon pretesto per tagliare corto sarebbe la legge elettorale, se venisse approvata in primavera (come pare intenzione). Precipitarsi a votare con le nuove regole non sarebbe un obbligo, si capisce; però tornare alle urne in anticipo potrebbe venire spacciato al grande pubblico come un gesto di correttezza, quasi di omaggio alla volontà popolare perché la democrazia è questo, signori, è dar voce ai cittadini dei quali non bisogna averne paura qualunque cosa decidano. Insomma, come si vede, di scuse per regolare i conti in autunno teoricamente ce ne sarebbero, se Meloni si convincesse che le conviene. E se il referendum di marzo travolgerà gli ostacoli sul suo cammino. Leggi Huffington Post


