Di giustizia giusta si è qualche giorno fa parlato in un incontro organizzato a Palermo dagli “Amici di Leonardo Sciascia” su un progetto di legge riguardante un tema caro al maestro di Racalmuto: le carceri come luogo di pena, di afflizione fine a sé stessa oppure di cura, addirittura di rieducazione come indica espressamente la nostra Costituzione.
Il progetto di legge, per un’amministrazione della giustizia più umana e consapevole, prevede essenzialmente che i magistrati dopo la loro assunzione trascorrano quindici giorni negli istituti di pena e, poi, l’inserimento tra le prove orali dell’esame di diritto penitenziario.
Al centro, l’esperienza di Enzo Tortora ingiustamente arrestato e detenuto nel 1983 e il pensiero di Sciascia che immediatamente si espresse per denunciare l’innocenza del popolare presentatore televisivo, al punto di spingersi ad auspicare su “Il Corriere della Sera del 7 agosto di quell’anno, “un rimedio paradossale quanto si vuole, … di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”.
I politici intervenuti si sono espressi favorevolmente: Giorgio Mulè (Forza Italia), Benedetto Della Vedova (+ Europa), Davide Faraone (Italia Viva) e Carolina Varchi (Fratelli d’Italia), quest’ultima a titolo personale; il partito non avrebbe ancora appoggiato l’iniziativa per non essere strumentalmente accusato a due mesi dal referendum sulla separazione delle carriere di “voler mettere in prigione i magistrati”.
Qualche distinguo sulla durata dello “stage”: tre giorni sarebbero sufficienti come suggerito da Sciascia per mettersi nei panni del detenuto?
Un’esperienza che – come indicato da Faraone e Mulè – servirebbe anche ai parlamentari, chiamati a scrivere le leggi, ovviamente anche in tema di giustizia e di applicazione della pena.
Mi ha colpito l’intervento del professor Vincenzo Vitale quando ha richiamato la macerazione del “piccolo giudice” di Sciascia in Porte Aperte uscito nelle librerie nel 1987, un anno prima del nuovo codice di rito accusatorio. Un giudice a latere che, in epoca fascista – nella nostra Palermo – deve decidere sulla colpevolezza dell’imputato che gli comporterebbe la pena di morte. È noto il suo confronto con il rappresentante dell’accusa: “Lei sa come la penso” disse il procuratore generale. Perfetto cominciare: di chi non si sa come la pensa, e se la pensa, e se pensa. Il piccol giudice lo guardò con soave, indugiante, indulgente sonnolenza. … ”.
E, poi, il teologo Massimo Naro con la rivelazione sulla giustizia come cura, una giustizia concreta, in cui tenerezza e tenacia s’intrecciano, in cui può succedere, senza che sembri paradossale, che un giudice “metodologicamente” possa costringersi a far visita ai carcerati: una lezione da apprendere per imparare ad agire, a giudicare giustamente.ù
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Giuseppe Governale, già comandante dei Ros e direttore della DIA (Direzione Investigativa Antimafia)

