A Palazzo d’Orleans, in questi giorni, sembra di stare in trincea. Governare significa trovare il tempo fra un’audizione in Antimafia, i documenti da consegnare alla Finanza, gli stralci alla manovrina e i chiarimenti con un partito che incoraggia il presidente ad andare avanti e nel frattempo prepara il dopo. E non sempre ci si riesce. Schifani è accerchiato. Ma prima di cercare altrove i responsabili dovrebbe riprendere in mano i decreti di nomina. Alcuni portano la sua firma.

Gaetano Armao, per esempio, Schifani lo aveva scelto nell’aprile 2023 come consulente personale, pochi mesi dopo averlo battuto alle elezioni, quando l’ex assessore all’Economia correva con il Terzo Polo di Renzi e Calenda. Una riconciliazione generosa, accompagnata da un incarico da sessantamila euro annui e poi consolidata dai rinnovi. Nel frattempo Armao era diventato anche presidente della Commissione tecnica specialistica, snodo delle autorizzazioni ambientali. Schifani ne aveva magnificato pubblicamente le competenze. Adesso che i magistrati chiedono conto di come quelle funzioni sarebbero state esercitate, il presidente pare averlo scaricato. Pare, perché quanto abbia detto in commissione Antimafia, all’Ars, non è dato sapere.

La Procura di Palermo ha chiesto l’arresto di Armao per corruzione: sarà il Gip a decidere. Lui ha spiegato attraverso la difesa che i contanti ricevuti dall’intermediario Pierluigi Matta erano prestiti. Ma la questione politica è da giorni sulla scrivania del governatore, che aveva liquidato tutto come una faccenda estranea all’attività del governo. Ora, però, la Procura della Corte dei Conti ha aperto un’indagine sui compensi percepiti da Armao nelle sue vesti di consulente e le Fiamme gialle hanno acquisito negli uffici regionali la documentazione sugli incarichi. Non basta più spiegare che cosa facesse Armao, bisognerà capire anche per che cosa fosse pagato.

Altro capitolo. Giovedì Schifani ha trascorso tre ore in Antimafia. La commissione regionale presieduta da Antonello Cracolici lo ha ascoltato nell’istruttoria sui casi di corruzione e sui sistemi di controllo interni alla Regione. L’audizione è stata secretata, ma il punto politico dell’iniziativa era stato chiarito dallo stesso Cracolici: chiedere conto delle scelte e delle nomine fiduciarie. Quali verifiche accompagnavano gli incarichi? Come veniva controllato l’operato delle persone scelte? Domande che riguardano Armao e un po’ tutto il cerchio magico.

Nel frattempo Marcello Caruso, che da pochi mesi la sanità la dirige, ha recuperato un ricordo. L’incontro con Armao c’era stato, ma senza conseguenze amministrative, ribadisce l’assessore, ascoltato come persona informata sui fatti. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Armao lo aveva contattato nell’ambito delle sollecitazioni relative a un decreto sulle cure palliative. Caruso rivendica di non avere adottato provvedimenti né coinvolto gli uffici. Resta questa singolare progressione comunicativa: prima il ricordo mancante, poi il ricordo ritrovato, sempre accompagnato dalla certezza che non fosse successo nulla. Un altro motivo d’imbarazzo per il governatore, mentre per il futuro del suo fedelissimo si prospettano una candidatura alla Camera o un posto in una partecipata.

Nell’inchiesta su Armao è finito anche Gaspare Vitrano, uno dei deputati regionali rimasti al fianco di Schifani nelle ore più tribolate. Faceva parte del “gabinetto di guerra” ha convinto il governatore a ritirare dal tavolo l’ipotesi delle dimissioni. Il presidente della commissione Attività produttive dell’Ars è indagato per corruzione nel filone sull’appalto da 147 milioni per la gestione dei rifiuti ad Agrigento e in altri nove comuni. Secondo gli investigatori avrebbe fatto da raccordo fra gli imprenditori interessati e lo studio legale dei Matta: una consulenza, per l’accusa, avrebbe mascherato una tangente, mentre Armao sedeva nella commissione aggiudicatrice. La difesa di Vitrano sostiene che il deputato si fosse limitato a fissare un appuntamento e ad accompagnarvi gli imprenditori. Anche qui, tutto da accertare. Ma per Schifani la scena è poco confortante: cercava sostegno fra i fedelissimi e l’inchiesta è arrivata anche lì.

Intanto Nino Minardo ha approfittato della crepa per definire i futuri assetti di Forza Italia. Dopo il caso Armao, il commissario siciliano ha chiesto una proposta politica completamente nuova. Sono seguiti giorni di fibrillazione, telefonate e ipotesi di dimissioni. La richiesta di una svolta è diventata un affronto personale, quasi un anno di slealtà. Minardo avrà le proprie ambizioni e le proprie convenienze. Ma il materiale per aprire la successione glielo ha fornito il presidente.

E Tajani? Persino lui, mite per natura, e a tratti anche un po’ goffo, ha finito per irritare il governatore. Nell’incontro di martedì scorso alla Farnesina ha confermato all’uscente fiducia e apprezzamento, invitandolo a proseguire il programma di governo (con vista sul 2027); a Minardo ha chiesto di continuare il rinnovamento del partito. Schifani, che sperava di accaparrarsi la promessa di un bis, ha restituito la cortesia con una valutazione sulla salute di Forza Italia nazionale: «Non è eccezionale, ma grazie al Sud tiene». Rancori e veleni.

Ma c’è ancora un capitolo da esplorare, quello dell’Ars. Dove i franchi tiratori sono pronti a tendere l’ennesima imboscata. La manovrina “Coesione e crescita”, partita con 126 articoli, ne ha persi per strada 52 dopo una lunga trattativa. La cura snellente dovrebbe servire ad approvarla più rapidamente (Galvagno auspica entro mercoledì prossimo); restano però intatti i FIT, cinquanta milioni di fondi territoriali per le mance ai deputati, mentre altri interventi sono stati rinviati. Una selezione che alimenta tensioni. Il malcontento potrebbe diventare palese in aula, grazie al voto segreto.

La crisi è tutta in questo accerchiamento. Ma il fosso Schifani se l’è scavato da solo.