Sicilia, dopo la beffa anche il danno. Prima lo scherzo piuttosto cialtronesco del deputato La Vardera  che ha stanziato per provvedimento a mezzo legge un milione di euro per comuni a suo dire inesistenti. Poi la rivendicazione di un sindaco esperto in colletta di contributi mediante gare che si è riconosciuto nel destinatario dei fondi e li vuole, minacciando di ricorrere al Tar. Poi la tragedia dell’uragano sia pur piccolo, adeguato alla dimensione insulare che ha massacrato le coste siciliane e fatto danni per forse mezzo milione. Senza, per fortuna e per merito della protezione civile, vittime. A parte la divertente sfortunata performance del sindaco di Taormina Cateno De Luca, travolto, insieme ad un collega da un’onda anomala che ha invaso la piazza del comune in cui monitorava, a suo dire, gli effetti della tempesta. Un simbolo della sfortuna che travolge gli audaci dissennati cui si dovrebbe prestare forse maggiore attenzione.

Ma, i sindaci di trincea, come De Luca si è definito, amano lo sbaraglio, che è del resto divenuto la cifra dell’autonomia. Ciò a cui essa si è nel tempo ridotta. Scarsa a denari, nonostante il prezioso recupero degli ultimi anni, lenta nello spendere se non le partite correnti, priva di grandi riferimenti culturali. Insomma un’autonomia che va spegnendosi, che si mostra consunta oltre misura per un lento ma costante declinare negli anni. Un tempo troppo lungo per essere considerato un accidente. Una crisi troppo pronunciata per essere affrontata con strumenti ordinari. Specie adesso che la doppia fragilità del procedimento legislativo e delle coste, del territorio come si usa dire, pongono in questione non solo le risorse ma la capacità di impiegarle con profitto. ù

Insomma siamo alla resa dei conti. Una condizione sempre rinviata. E di fronte agli eventi che incalzano, i piccoli partiti che ci contendono le spoglie, balbettano di ulteriori impegni, di promesse cui non crede più nessuno, di rinnovamenti di là da venire. Non era questo il sogno di chi volle l’autonomia. Di chi si battè perché la nuova costituzione poggiasse sulle rinnovate realtà di comuni, provincie e regioni. Sulla specialità come risposta alla diversità. Sulla autodeterminazione per far crescere il coraggio di affrontare le questioni lasciate irrisolte dalla storia. Oggi il grido di Einaudi: ”via il prefetto” sembra mutarsi in quel “ridateci il prefetto” che implica un richiamo alla solidità e imparzialità del diritto contro la parzialità e la clientela.

Alla supremazia della qualità e del merito sulla casualità ò la fortuna e la scelta di privilegiare i propri clienti piuttosto che il bene comune. Già il bene comune, questo sconosciuto. Già nel 1791 Burke aveva avvisato, scrivendo ai propri elettori di Manchester che se avesse fatto gli interessi della Nazione come imponevano la Costituzione e la coscienza, avrebbe perso la fiducia dei suoi elettori e non sarebbe tornato in Parlamento. E’ proprio così. Una aporia rilevante del sistema democratico che è messo in crisi da localismi, provincialismi, egoismi. Che impone di accudire l’elettorato, fino ai capricci, ben al di là dei suoi legittimi interessi tutelati dallo stato di diritto e da una magistratura imparziale. Ecco, qui è il nodo. Se tutto è politica e se la politica ha il primato su morale e qualità, il risultato è un’amministrazione piegata alla logica dell’interesse locale. Il deputato non fa più e non cerca nemmeno gli interessi della Regione ma quelli delle sole province in cui venne eletto. E le province, quando ancora si occupano di politica, reclamano assunzioni, benefici, bonus e attenzione costante. Non riforme che produrranno effetti, se mai lo faranno, in tempi troppo lontani dal rinnovo delle cariche e dunque inutili tanto che non se ne vedono da anni.

Che vita penosa deve essere questa dei deputati, specie quelli alle prime armi. Strattonati continuamente dai capi di partiti così minuscoli che hanno bisogno di fare i gradassi per tentare di compensare la loro irrilevanza. Tormentati dagli elettori, insidiati dai sindaci dei comuni maggiori che vogliono sostituirli. Ne viene fuori un quadro di desolante miseria morale e di squallore politico cui non riesce a mettere argine nessuna buona volontà. Meno che mai il piglio di sergente di fureria che porta a quotidiane strigliate e a notturni cedimenti. Se si vuole tornare al governo bisogna evitare di governare. Solo distribuire benefici, regalie, mance. Se si vuole godere ancora dei piccoli privilegi della carica si debbono contentare gli alleati. Scomodi ma necessari, nonostante l’elezione diretta.

Le cose divengono ancora più gravi se si ha a che fare con la magistratura penale. Non per una questione morale, ha ragione Tajani, sempre utile come appiglio all’opposizione. Che oggi nel merito delle proposte, sembra evaporata. Ma semplicemente perché la tentazione di profittare degli stanziamenti per ritagliarsi un piccolo spazio privato può essere troppo forte. Anche trent’anni fa un presidente di forte spessore umano e politico, grande amministratore e fine politico fu travolto dalle richieste di danaro che veniva da diversi  e di tutti i colori, membri dell’assemblea. E finì la sua vita nel disonore e nel dolore. Oggi forse la cosa si è fatta più sofisticata e si parla di mance per i territori. Ma chissà? Quello che sembra certo è che, come diceva Sturzo, i partiti piccoli fanno gli uomini piccoli. E a questi uomini sempre più modesti è affidata la grande arte della politica. Che scade sempre più nella irrilevanza, nel mero sopravvivere senza governare che fu già negli anni 80 il titolo di un bel lavoro di La Palombara a proposito dell’Italia.

Certo, periodicamente si compie una rivoluzione più o meno cruenta che somiglia ad un mero avvicendamento condito di retorica Si invocano nuove regole, nuove idealità, una nuova coscienza Addirittura una nuova Repubblica e una nuova Regione. E si ricomincia sperando che sia la volta buona. Purtroppo l’amministrazione non solo non cambia, ma peggiora, invecchia, si scolora. Le assunzioni clientelari non possono trasformare gli asini in cavalli di razza. E coì lentamente il compito si fa sempre più gravoso. L’autonomia, come la democrazia, si va spegnendo e forse ormai esausta reclama forme che rischiano di generare nuove pulsioni autarchiche, nuovi leaders teoricamente più in grado di reggere il timone nella tempesta. A rischio è la democrazia e, nell’indifferenza o nel disprezzo di massa, cresce il rimpianto, forse ingiusto, di coloro che un tempo regolavano la vita delle comunità, che si chiamassero prefetti o provveditori. I collaboratori professionali del politico come li definì giustamente il professore Miglio nel ’50. Che avrebbero dovuto rispondere non ai loro elettori ma al diritto e alla legge. Non era veramente così. Ma la storia spesso ripete in farsa ciò che fu tragedia. Come avviene adesso. E pur nella consapevolezza che è cresciuta in questi anni la capacità di descrivere i fenomeni piuttosto che quella di risolvere i problemi. Che il rimedio sia il ritorno a quelle che un tempo veniva chiamata virtù? Non le ruote della fortuna che inchiodano milioni di spettatori alla tivvù ogni sera alla ricerca del colpo che faccia vincere in barba ai sogni di gloria e di disinteresse che animarono tanto tempo fa la vita comunitaria.