Le allegre finanze della sanità

A colloquio: da sinistra, l'ex assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, e il governatore Nello Musumeci

I medici di base parteciperanno alla campagna vaccinale di massa, ma non lo faranno ‘a gratis’. Tutt’altro: nell’accordo siglato con la Regione siciliana, i sindacati – che alla vigilia lamentavano condizioni “irrisorie e denigranti” – hanno vinto il braccio di ferro. I nostri sanitari non saranno più soltanto eroi: diventeranno ricchi. La somministrazione di una singola dose all’interno del proprio ambulatorio, infatti, determinerà un rimborso di 10 euro a carico della Regione; per le prestazioni a domicilio, invece, la tariffa si impenna fino a 25 (fa peggio solo la Lombardia, con 30). Nel caso in cui il medico di famiglia non dovesse avere le giuste attrezzature – ad esempio un congelatore per la conservazione delle fiale – e sarà costretto spostarsi in un centro vaccinale, nei presidi territoriali delle Usca (unità speciali di continuità assistenziale) o nelle unità mobili delle Asp, allora si vedrà riconoscere 31,50 euro a iniezione. Musumeci ha parlato di un “patto decisivo nella battaglia contro il Coronavirus”. Ma non del miglior patto possibile. Infatti ne escono rafforzati i medici, mentre la Regione sarà costretta a un bagno di sangue – ma viva Iddio: bisogna uscire da questo incubo – per garantire a 3,5 milioni di siciliani la vaccinazione entro l’estate.

E se da un lato l’assessore Razza continua a premere su Roma per l’invio di più dosi, dall’altro i funzionari del dipartimento Attività sanitarie cominciano a fare i conti. In altre regioni più ricche, come la Lombardia e l’Emilia Romagna, il vaccino all’interno di uno studio medico viene pagato fra 6,16 e 7,25 euro. In Campania la prima dose costa 6,16 euro, la seconda 4 (più due euro di pratiche amministrative). Per quanto riguarda le prestazioni a domicilio, invece, regge solo il confronto con la Lombardia. I medici campani guadagnano 6 euro a dose come quelli liguri, i trentini 9, gli umbri 16. Un gap impressionante. Alcuni medici di base del Palermitano si erano esposti con l’assessore Razza, dicendosi pronti a lavorare gratis (“Diciamo basta alla mercificazione della salute in periodo di emergenza sanitaria – si leggeva in una lettera -. I profitti lasciamoli a chi vorrebbe trasformare la salute da un bene comune universale ad una meschina sterile contrattazione monetaria”), ma alla fine è stato logico, per accelerare le operazioni, tirare in ballo il dio denaro. E la Regione, al netto delle casse vuote, dei Bilanci di cartone e della Finanziaria impossibile (dove scompare ogni riferimento alla pandemia: siamo all’anno 1 post virus), deve garantire i livelli essenziali di assistenza. Deve scendere a patti. Deve pagare.

La sanità in Sicilia è una partita da nove miliardi di euro. Convoglia su di sé buona parte del bilancio regionale. E’ al centro di numerosissimi interessi, come testimoniano le gare indette in questi mesi per la fornitura di tamponi, presidi sanitari, tute e camici (un paio finite nel mirino della magistratura). Il virus, per forza di cose, ha determinato l’allentamento dei cordoni della borsa. Dall’inizio della pandemia si sono concretizzati movimenti per 167,4 milioni di euro (il dato è aggiornato a inizio febbraio), tra gare d’appalto, procedure negoziate e affidamenti diretti. La Abbott, un colosso quotato a Wall Street, ha ricevuto 22 milioni per due forniture di tamponi rapidi. Ma anche aziende più piccole hanno beneficiato al meglio di questa scalogna mondiale: come la Rotoform, che ha avuto 6,8 milioni di affidamenti per le mascherine; o la Paramount, solo omonima della celebre casa cinematografica, che si è assicurata 1,7 milioni per i dispositivi di protezione. Mentre è stata congelata – giusto in tempo per non finire bersaglio dei pm – la mega gara centralizzata da 98,4 milioni per l’acquisto di guanti da fornire a tutte le aziende sanitarie. Questo breve elenco testimonia quanti soldi girano. Ma, soprattutto, che i soldi vengono spesi.

Per le attrezzature, ma anche per le persone. Soprattutto per quei medici assunti in funzione anti-Covid, che godono del regime contrattuale di liberi professionisti. Spesso fanno parte delle task force e delle Usca che garantiscono il tracciamento sul territorio. Una decina, che nei mesi scorsi hanno lavorato all’aeroporto Fontanarossa di Catania, ad esempio, hanno fatturato fra 14 e 27 mila euro. I più fortunati sono arrivati a guadagnare cinque volte rispetto a un primario. I contratti garantiscono 40 euro l’ora a chi non è dotato di specializzazione, 60 euro a chi la specializzazione ce l’ha. Nulla di anomalo, in teoria. Ma i guadagni sono pompati e fanno leva sulla necessità del momento: c’è gente, in pratica, che dichiara di aver lavorato fino a 15 ore al giorno e 7 giorni su 7. E di aver eseguito oltre cento tamponi. Così l’Asp  ha fatto calare la mannaia sugli straordinari e cercato di ricondurre al tetto delle 36 ore settimanali. Il commissario per l’emergenza per la provincia di Catania, Pino Liberti, ha negato qualsiasi eccesso: “Avanzare critiche e sospetti vuol dire soffiare sull’invidia sociale e mettere in croce chi lavora sodo – ha dichiarato nei giorni scorsi -. La verità è che mancano i medici, anche perché molti sono entrati nelle scuole di specializzazione. Quando ne verranno assunti a sufficienza, si potrà ridurre il monte ore dei singoli”.

Lo stesso, identico problema – leggermente più contenuto nei numeri – attanaglia da qualche giorno l’omologo palermitano, Renato Costa. Solo a novembre le Usca palermitane sono costate 4 milioni 371 mila euro per 97.528 ore di lavoro. A dicembre 5 milioni 869 mila euro per 130.998 ore. In trentadue casi gli emolumenti hanno superato la soglia “critica” di diecimila euro. Alcuni si sono spinti fino a un massimo di 18 mila. Così il 23 febbraio, come racconta Repubblica, il dipartimento Risorse umane ha inviato una relazione alla direzione generale e amministrativa dell’Asp 6 con i nominativi di 174 camici bianchi impegnati nell’attività di tracciamento con i tamponi e di assistenza domiciliare dei positivi che hanno sforato 200 ore mensili fra ottobre e gennaio. Con un invito alle opportune verifiche: “Si registrano sanitari con monte ore così elevato, fino a 500 mensili, tali da destare notevole perplessità in ordine al reale espletamento delle attività istituzionali”. Alcuni di essi, oltre a garantire i drive-through in Fiera e altrove, hanno incarichi di guardia medica o sono titolari di studi medici. Come fanno a prendersi cura dei propri pazienti passando intere giornate a miscelare reagenti? Che si sarà qualche furbetto anche tra i medici?

Costa lo esclude categoricamente: “Ho chiesto uno sforzo enorme a questi ragazzi, che sono eroi e non ladri – ha detto in una recente intervista -. Incuranti del pericolo sono andati a casa delle persone positive, le hanno visitate, hanno fatto il lavoro che altri non volevano fare per paura. Questi ragazzi ci hanno salvato, rischiando di ammalarsi. Si meritano gratitudine”. “Io lavoro 11 ore al giorno da ottobre, senza riposo né ferie, ma loro sono stati con me e io non mi sento delegittimato per il fatto che guadagnano il doppio – ha aggiunto il commissario -. A differenza mia non hanno il posto di ruolo, non hanno i giorni di malattia pagati né le tutele del lavoro stabile. Su ciò che guadagnano pagano il 45 per cento di tasse e la quota dell’ente previdenziale Enpam. Su 15 mila euro, ne rimangono sei o settemila. Non mi pare uno scandalo”. Ad ogni modo, guadagnano più dei medici impegnati in reparto, che annusano la morte da vicino e rischiano la vita davvero. Per questo il Cimo, il coordinamento dei medici ospedalieri, darà battaglia nelle sedi opportune: “E’ stata creata una giungla di tipologie di contratti diversi tra loro che crea una grande sperequazione e che è ai limiti della violazione delle norme”, sostiene il vicesegretario Angelo Collodoro.

Postilla finale, a testimonianza che la sanità paga eccome: con una circolare dello scorso febbraio, l’assessorato alla Salute ha dato il via libera a nuove assunzioni grazie a un incremento del tetto di spesa per le dotazioni organiche di quasi 100 milioni di euro. I manager sono stati invitati a modificare i piani triennali di fabbisogno sulla base delle nuove disponibilità economiche. L’emergenza ha rivelato le falle del sistema – dalla carenza di personale alla necessità di rafforzare la medicina del territorio – ma non ha ancora insegnato una cosa: come spendere i soldi in maniera oculata. Se n’è lamentata persino la Corte dei Conti, che nella relazione sulla sanità siciliana ne ha evidenziato i “gravi deficit” nella gestione della pandemia. L’obiettivo è farle cambiare marcia.

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