Sia lode alla sfrontatezza del farmacista Mauro Pantò, il cuffariano che non si era accorto che il cuffarismo era finito e continuava imperterrito a rastrellare clientele, ad assegnare posti ad amici e parenti, a dispensare incarichi e consulenze a destra e a manca. Lode a un guitto del sottogoverno regionale che incurante delle leggi e della decenza aveva trasformato la partecipata Sas in una pacchia per la sua famiglia e per i proseliti della Democrazia Cristiana. Lode a tutti quelli che avrebbero dovuto accorgersi di una gestione così allegra e spregiudicata e invece hanno lasciato correre, perché “così fan tutti”. Ieri il tenace boiardo Pantò ha rassegnato le dimissioni. Ma c’è voluta un’inchiesta di Repubblica per costringerlo a mollare l’osso. Presidenza della Regione, Corte dei Conti e altri organi di controllo erano stati ciechi, sordi e anche complici.


