Ha detto proprio così Maurizio Landini: “Eletto dal popolo”. Nel presidio della Cgil sotto l’ambasciata americana per “condannare e reagire all’aggressione di Trump nei confronti del Venezuela”, a una domanda del Foglio sulla solidarietà del sindacato all’opposizione al regime di Maduro il segretario generale ha risposto che “l’opposizione venezuelana dovrebbe essere preoccupata se nel suo paese può arrivare uno che può bombardare e decidere di arrestare un presidente eletto dal popolo: in democrazia non dovrebbe avvenire”. Insomma, gli esuli venezuelani, secondo Landini, avrebbero dovuto manifestare insieme alla Cgil a sostegno di Maduro e contro Trump che lo ha catturato. E invece i venezuelani erano lì a contestare la Cgil e a celebrare con gioia l’arresto del dittatore che ha tolto tutte le libertà civili, economiche e politiche e ha costretto 8 milioni di venezuelani a emigrare. Il più grande esodo della storia dell’America latina.
Il problema è tutto in quelle due definizioni landiniane: considerare Nicolás Maduro “un presidente eletto dal popolo” e il Venezuela chavista una “democrazia”, quando il dittatore è stato l’artefice della più grande e clamorosa frode elettorale del secolo. La simpatia della Cgil verso il regime bolivariano è consustanziale con la segreteria di Landini. A gennaio del 2019, durante il congresso che lo incoronò segretario generale, nel mezzo della crisi politica venezuelana, quando Maduro fece un golpe istituzionale contro il Parlamento e le democrazie occidentali riconobbero il presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó, la Cgil approvò una mozione a sostegno del dittatore: “Condanna l’autoproclamazione di Guaidó a presidente e le ingerenze straniere verso la presidenza democraticamente eletta di Maduro”. Scoppiò la polemica e la Cgil fu costretta a un’imbarazzante retromarcia. La mozione venne ritirata e modificata con una versione più equidistante: né con Maduro né con gli Stati Uniti.
“La Cgil non sta con Maduro né con le ingerenze esterne”, disse il sindacato specificando che “i dittatori noi li abbiamo sempre combattuti, in patria e fuori”, ricordando l’impegno contro “il golpe bianco” in Brasile contro Lula per escluderlo dalle elezioni. Non era quella esattamente una prova dell’opposizione alla dittatura socialista in Venezuela, come ha dimostrato il tempo. Anzi, il contrario. Perché quando, negli anni successivi, Maduro ha man mano represso la libertà di parola, arrestato e torturato migliaia di dissidenti e fatto fuori tutti i leader dell’opposizione arrestandoli, escludendoli dalle elezioni o costringendoli all’esilio, la Cgil è rimasta in silenzio.
Era quello un silenzio imbarazzato. D’altronde l’affinità ideologica e i legami della Cgil con il “Socialismo del XXI secolo” in salsa venezuelana sono forti. Nel sindacato c’è sempre stata una corrente bolivarista, che guardava con interesse al socialismo sudamericano, ai movimenti ispirati alla teologia della liberazione, soprattutto nell’ufficio Internazionale. Lì dove c’è un gruppo dirigente che ha appreso la lezione dello storico sindacalista della Fiom Claudio Sabattini, già capo dell’ufficio Internazionale e maestro dello stesso Landini, soprannominato “Sandino” in onore del rivoluzionario del Nicaragua. Tra i “sandinisti”, allievi di Sabattini, non a caso c’è anche Giorgio Cremaschi, sindacalista uscito dalla Cgil che ora sostiene apertamente il “legittimo presidente Maduro”: eletto dal popolo, aggiungerebbe Landini.
Ma la storia d’amore tra il regime chavista e la Cgil non può essere limitata alla segreteria di Landini e ai “sandinisti”: ha radici profonde. Continua su ilfoglio.it


