La Democrazia Cristiana aveva immaginato che la nomina dei tre commissari regionali – Salvatore Cascio, Fabio Meli e Carmelo Sgroi – potesse segnare l’inizio di una nuova fase. Una sorta di “anno zero” senza Totò Cuffaro, in attesa del congresso del 13 giugno, con l’obiettivo minimo di rientrare nel perimetro della maggioranza e quello massimo di tornare a sedersi al tavolo della giunta regionale, dopo la revoca degli assessori Nuccia Albano e Andrea Messina seguita all’arresto del leader storico del partito.

L’illusione è durata poco. A spegnerla ci ha pensato direttamente Renato Schifani, che all’indomani del cambio al vertice della Dc ha affidato all’Ansa una riflessione gelida: «Seppur quasi completamente assorbito dall’emergenza maltempo, da quello che ho potuto leggere non mi sembra di intravedere significative novità. Vedo una fase di transizione i cui tempi non sono in grado di individuare». Tradotto: nessuna disponibilità a riaccogliere i democristiani in giunta.

Schifani li aveva esautorati dopo l’inchiesta per corruzione che aveva investito, fra gli altri, anche il capogruppo all’Ars, Carmelo Pace. Il gruppo parlamentare era sul punto di liquefarsi, poi ha sperato che una ricomposizione dal basso – senza Totò – avesse portato il governatore a cancellare quell’immagine deprimente di “sistema-partito” da fustigare. Ma non sono bastate l’intervento a gamba tesa di Samorì, o le dimissioni da segretario regionale di Cirillo, né le prese di distanza (non da ultima quella dell’on. Abbate, che ai microfoni di Rai 3 ha quasi disconosciuto la comune militanza con Cuffaro) per far cambiare idea al moralista Renato. Da cui ieri è arrivata risposta chiarissima alle indiscrezioni secondo cui i nuovi commissari avrebbero dovuto avviare da subito un’interlocuzione con Palazzo d’Orléans, con l’obiettivo di rioccupare una delle caselle lasciate libere.

Del resto, solo il giorno prima, la Direzione nazionale della Dc aveva certificato all’unanimità la nomina del triumvirato commissariale, accompagnando l’atto formale con una dichiarazione politicamente esplicita: i tre commissari, “pienamente legittimati”, avrebbero potuto avviare contatti con il presidente della Regione e con gli altri partiti della maggioranza. Ed è proprio a questa frase che Schifani ha risposto, rimandando tutto a un indefinito limbo.

La controreplica della Dc è arrivata puntuale, ma con un cambio di tono evidente. Cascio, Meli e Sgroi hanno provato a raffreddare le aspettative: «La nostra attenzione, al momento, è concentrata sull’emergenza che si sta vivendo in Sicilia orientale e a Niscemi dopo il passaggio del ciclone Harry e l’ultimo dei nostri pensieri sono i rimpasti di governo o le nomine». E ancora: «Al momento opportuno chiederemo un incontro al presidente della Regione. Se ci saranno le condizioni politiche continueremo nel percorso intrapreso nel 2022, altrimenti ne prenderemo atto».

Una dichiarazione prudente, quasi notarile, che però certifica un dato politico: la Dc chiede, Schifani non risponde. Nel frattempo, il partito continua a perdere pezzi. L’ultima uscita è quella di Francesca Donato, ex europarlamentare della Lega (poi passata sotto l’ala di Cuffaro) che ha ufficializzato l’addio parlando di “divergenze politiche e di visione ormai insanabili”. Una scelta che segue una lunga scia di fuoriuscite: da Natale Puma a Salvatore Di Maggio, da Domenico Bonanno a Viviana Raja – tutti consiglieri comunali di Palermo – fino a diversi esponenti delle circoscrizioni del capoluogo. Un’emorragia che il cosiddetto “Cuffarogate” ha solo accelerato.

L’inchiesta sugli appalti truccati e sulle raccomandazioni nella sanità, che ha portato all’arresto di Totò Cuffaro, non poteva non provocare un terremoto. Esterno, con la decisione di Schifani di revocare le deleghe agli assessori. Interno, con prese di distanza sempre più esplicite. Prima la lettera della presidente del partito Laura Abbadessa, che chiedeva una presa di posizione netta e una separazione tra la comunità politica e le vicende giudiziarie del leader (e rivendicando il diritto all’ingenuità). Poi quella, molto più dura della stessa Donato, che parlava apertamente di “disgusto” e di un sistema fondato su rapporti personali, favori e privilegi. Mentre la Abbadessa è rimasta nel giro, arrivando a stuzzicare gli appetiti del partito che pensava a lei come un papabile assessore, la Donato ha fatto le valigie.

È in questo contesto che la Dc prova oggi a sopravvivere senza il suo fondatore. Un partito che si è illuso di risorgere senza Totò e i suoi voti; che ha affidato a tre commissari il compito di traghettare un’organizzazione ferita verso il congresso di giugno; e che nel frattempo continua a coltivare l’idea di rientrare in giunta come se nulla fosse accaduto. Ma le frane, come insegna la politica siciliana, non si fermano perché qualcuno le chiama “transizione”. E dopo quella di Cuffaro, di Musumeci e dei territori che cedono sotto i piedi, ce n’è un’altra, più silenziosa ma altrettanto profonda: quella di un partito che senza il suo leader storico scopre di avere poche velleità e ancora meno sponde.