C’è poco da fare. Giorgia Meloni e, soprattutto, Ignazio La Russa non lo vogliono. Così il sogno inconfessato della coalizione – Stancanelli presidente – rischia di finire in soffitta. C’è ancora qualche ora per provare a mediare con Fratelli d’Italia che, al netto di questo veto invalicabile, potrebbe garantirsi la presidenza della Regione senza scomodare Musumeci, di per sé divisivo. Come? Con l’europarlamentare ed ex sindaco di Catania, una vita per il partito e per la destra, che in queste ore osserva curioso quanto accade a palazzo d’Orleans e nella pancia dei partiti. Stancanelli non parla da un po’, e al tentativo del cronista – che vorrebbe chiedergli di questo veto – oppone un “no comment”.

Giovedì sera La Russa è stato fra i primi a complimentarsi con Musumeci per le dimissioni. Ed elogiandone lo spirito di servizio per la sua comunità – che così sarà costretta a votare una sola volta – ha aggiunto: “A lui va la mia gratitudine per quanto fatto in questi anni per la Sicilia e che spero possa continuare a fare”. Toni parecchio ridimensionati rispetto a qualche settimana fa, quando FdI minacciava “Musumeci o morte”. Parole che, però, ringalluzziscono il presidente dimissionario (non a tal punto da fargli credere di avere chance) e allontanano, fino a renderlo più fluido, il verdetto più difficile: chi sarà lo sfidante di Caterina Chinnici e Cateno De Luca il prossimo 25 settembre?

Adesso che c’è pure una data, la decisione dovrà quagliare in fretta. Tutt’al più all’inizio della settimana, suggeriscono gli addetti ai lavori, anche se le prossime 48 ore serviranno a stabilire chi è della partita e chi no. Stancanelli al momento è un outsider. Il capo d’imputazione nei suoi confronti è un po’ tenebroso, e non può essere il pranzo organizzato a Catania a poche ore dall’assoluzione di Raffaele Lombardo, a cui partecipò anche Gianfranco Miccichè. Un motivo ostativo da quattro soldi. Né il dinamismo diplomatico dell’ex sindaco di Catania, che non ha mai nascosto di sentirsi un ‘moderato’ (in senso caratteriale), uno capace di coltivare con tutti rapporti cordiali o persino amichevoli.

Il suo nome, emerso per la prima volta a marzo, durante un vertice a casa di Berlusconi, nel rifugio di Arcore, risulta molto apprezzato anche dai vertici di Lega e Forza Italia. E’ stato lo stesso Gianfranco Miccichè, alla vigilia dell’ultimo summit regionale di centrodestra, a considerare l’opzione Stancanelli come la più utile a riunire la coalizione. Ma il presidente dell’Ars è stato spiazzato dal secco rifiuto di La Russa, che, pur godendo di ottimi trascorsi personali con Stancanelli, non accetta che siano gli altri a decidere il candidato in casa sua. E non vede di buon occhio – forse perché lo considera “il peggior nemico” di Musumeci – che ad appropriarsi della stima dei partiti, e di traghettare il centrodestra alle elezioni, sia l’europarlamentare etneo.

Parte da queste considerazioni, ammesso che non ci sia dell’altro, il netto rifiuto al nome (più) condiviso. Gradito, ça va sans dire, anche da Raffaele Lombardo e dal suo braccio destro, Roberto Di Mauro; e quasi certamente da Totò Cuffaro, che l’altro ieri è tornato a chiedere “una candidatura nella quale tutta la coalizione possa riconoscersi”. Ci sarebbe da convincere l’Udc, che in Sicilia, probabilmente, accorperà il proprio simbolo a quello di Prima l’Italia, il nuovo contenitore leghista. Gli unici a opporsi realmente, superato il veto di Giorgia, potrebbero essere i militanti di Diventerà Bellissima, il cui futuro è fortemente ancorato a quello di Musumeci; e Manlio Messina, che dal suo feudo continua a picconare ogni chance di accordo: “Valuteremo i nomi che faranno gli alleati – ha detto il dioscuro del governatore -: se sono nomi che ci uniscono e fanno vincere il centrodestra siamo disponibili a dialogare, partendo dal presupposto che FdI non retrocede sulla posizione di Musumeci”.

Il quale, da parte sua, ha sempre chiesto di conoscere questo candidato alternativo per poter “offrire le nostre valutazioni”. Chiunque esso sia, non solo Stancanelli, difficilmente gli andrà bene. La strategia di prolungare fino all’ultimo secondo disponibile la data delle dimissioni, testimonia che il governatore ha il dente avvelenato e nessuna voglia di agevolare la ricerca di un successore. La partita fra il “divisivo” e l’ “inclusivo”, iniziata tre anni fa a una direzione di Diventerà Bellissima, dove la mozione di Stancanelli per federare i due movimenti fu stroncata in malo modo da Musumeci e dal suo entourage, prosegue in sordina. Eppure sono molti, soprattutto tra i militanti catanesi di Fratelli d’Italia, a chiedersi perché vale la pena combattere e fare campagna elettorale per l’uno e non per l’altro. Quale sia il valore aggiunto di un governatore che ha umiliato il parlamento e scelto di saltare a bordo (dell’autobus di Fratelli d’Italia) solo per garantirsi la ricandidatura; e non, invece, la convenienza di puntare su profilo sobrio, un uomo di partito capace di intessere rapporti e garantire valore aggiunto sotto il profilo politico e istituzionale. Cosa c’è sotto? Quando i nodi verranno al pettine? Perché La Russa è così risoluto nel sostenere la causa (persa) dell’uscente, barattandola con la soluzione più comoda e autentica? E la Meloni quanto è dentro questa storia?

Una cosa è certa: si deciderà a breve. Non è dato sapere “dove”. Mentre FdI ha sempre insistito con una soluzione romana – pur consapevole che gli altri partiti hanno omaggiato la Meloni di 98 collegi uninominali su 221 – Salvini ribatte che devono occuparsene i siciliani. Mentre Berlusconi ha già contattato la Prestigiacomo, proponendole l’investitura (e incassando la disponibilità dell’ex ministra). Per capire come andrà “ci vorrebbe uno fra Houdini e David Copperfield, magari entrambi”, si fa scappare un big della coalizione a microfoni spenti. La sensazione è che siamo alla vigilia di un’altra trattativa stile Palermo, dove la fuga solitaria di Lagalla ha pagato.

Il centrodestra, nelle prossime ore, dovrà capire come approcciare quinquennio che verrà: se col clima di sfida che ha condizionato la sopravvivenza di Musumeci negli ultimi due anni; o, al contrario, con un sentimento di ritrovata fiducia che permetta di superare le divisioni e cancellare da subito veti e controveti. Ammesso che un gatto basti per battere Pd e M5s, serve comunque il gatto migliore.