Di fronte al disastro provocato dal ciclone Harry, sconsolato, Schifani se l’è presa con la natura che “non ci ha voluto bene”.
E in effetti, non è stata clemente con la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Forse ha esagerato, reagendo in questo modo alle continue provocazioni, agli sfregi, alle violenze che le abbiamo nel tempo arrecato.

Avremmo dovuto averne cura per consegnarla intatta e migliorata ai nostri figli ma in parte ne abbiamo fatto scempio. Ci siamo rifiutati di cogliere i segnali di ripetuti disastri, abbiamo ignorato l’esigenza di tutelare l’ambiente, le coste, le città, le infrastrutture e perfino l’aria che respiriamo.

Stiamo lasciando cadere perfino i timidi tentativi di invertire questa dissennata rotta, arrendendoci al potere di quella parte becera del capitalismo che in alleanza con la destra, al governo in una parte considerevole del mondo, preferisce scansare costi immediati e sopportabili, scaricandoli moltiplicati sulle prossime generazioni.
Ha certamente esagerato la natura, colpendo alcune zone del Sud e distruggendo abitazioni, strade, ferrovie, impianti turistici. Eppure tutto ciò non ha avuto una adeguata eco nell’opinione pubblica nazionale.

Il ciclone si è abbattuto su zone “residuali” del nostro Paese e la grande stampa e i mezzi d’informazione hanno contenuto la notizia in poche righe e vi hanno speso poche parole.
La vicenda non ha smosso più di tanto neppure il governo nazionale, che ha limitato la sua presenza ad una visita di Musumeci, peraltro nel suo collegio elettorale, e a un incontro della presidente del Consiglio e del ministro delle Infrastrutture con Schifani e con gli altri due suoi colleghi solo via web.

Certamente si dovrà porre qualche rimedio al disastro, ma si farà “con calma”, anche perché di soldi ce ne sono pochi e quelli che ci sono servono a costruire il Ponte, un dono così strabiliante per la Sicilia e la Calabria che pretendere altro sarebbe proprio da ingrati.

E poi vedrete che siciliani, calabresi e sardi manterranno composta e flebile la loro protesta, abituati, a differenza dei romagnoli, che hanno saputo reagire con molta determinazione a recenti alluvioni, a quell’antica logica calati juncu…

Neppure davanti ai danni provocati dal ciclone si ferma l’invasata determinazione di Salvini, assecondato da tutta la maggioranza e dal governo della Regione. Vuole andare avanti comunque e, di fronte ai pareri negativi degli organi di controllo, non sceglie di prendere atto della inadeguatezza del progetto ma tenta di sterilizzare gli stessi organi.

I danni sono ingenti e probabilmente un calcolo credibile non è stato ancora fatto. Farvi fronte non sarà facile. Schifani è commissario straordinario per coordinare gli interventi e non potrà sfuggire alle responsabilità connesse al ruolo e ai rischi ai quali si andrà incontro, tenendo anche conto della fragilità della struttura burocratica della quale dispone.

Cosa potrà fare intanto di suo la Regione? Potrebbe intanto sollecitare la commissione europea ad intervenire, con una iniziativa che coinvolga i parlamentari eletti a Bruxelles nei collegi delle tre regioni. Potrebbe indurre il governo nazionale a fare in fretta, a trovare i finanziamenti necessari con una iniziativa unitaria dei deputati e dei senatori. Oltre a ciò, è difficile che riesca a mettere in campo delle azioni di qualche spessore. C’è poco o nulla da spendere nel bilancio regionale.

Eppure, a ben guardare ci sono un miliardo e duecentomila euro accantonati per contribuire alla costruzione del Ponte.

Se in politica, in quella siciliana in particolare, il buonsenso non avesse lasciato quasi per intero il posto all’insipienza e all’approssimazione, se i partiti e la giunta avessero consapevolezza del proprio ruolo, potrebbero intanto stornare quelle somme per destinarle agli interventi più immediati nelle zone colpite dal ciclone.

Magari promettendo a Salvini, che vive il problema con un fanatismo adolescenziale, che il contributo della Sicilia per il Ponte sarà rideterminato quando i treni riprenderanno a viaggiare tra Messina, Catania e Siracusa, quando le strade torneranno ad essere transitabili, le abitazioni ripristinate, gli impianti turistici pronti per quando possibile per le prossime stagioni balneari e magari quando da Trapani e da Palermo, per raggiungere l’inizio del ponte, non saranno necessarie sei ore.

Capisco quanto sia provocatoria questa proposta. In tempi diversi, con una classe dirigente diversa, sarebbe solo di buon senso. Oggi, anche provocatoriamente, potrebbe essere utilizzata dalle opposizioni per una battaglia giusta e per segnalare la loro esistenza.