Ma la Sicilia non ci sta

Le immagini di protesta arrivano da tutta Italia. Qui un gruppo di esercenti, contro il Dpcm, versa la birra in strada

Le urla di Palermo hanno lasciato spazio al silenzio, per la prima notte di coprifuoco. Ma la protesta, ieri, si è trasferita altrove: a Catania, dopo la manifestazione pacifica e civile da parte degli esercenti, i soliti facinorosi hanno creato tensioni con la Polizia, facendo esplodere un paio di bombe carta di fronte alla Prefettura. Era quasi mezzanotte. Al di là delle scene di guerriglia urbana, inaugurate a Napoli qualche sera fa, la tensione è palpabile. La chiusura di bar e ristoranti alle 18, con tutto l’indotto dello “spritz”, rischia di far saltare in aria parecchie attività. Il premier Giuseppe Conte ha già annunciato gli indennizzi per gli imprenditori colpiti dalla nuova stretta (addirittura l’Agenzia delle Entrate dovrebbe effettuare il bonifico sul conto corrente dei richiedenti), non riesce ad essere rassicurante come in passato; e non ha placato gli animi di chi, nel giro di pochi mesi, sarà nuovamente costretto ad abbassare le saracinesche.

Vuol dire posti di lavoro in bilico. E la Sicilia ne ha già bruciati 76 mila (dati Istat) nel secondo trimestre del 2020. Vuol dire un crollo del Prodotto interno lordo, che potrebbe precipitare oltre la soglia dei dieci punti a fine anno. Vuol dire imbalsamare l’economia. Quella siciliana, per il 15%, si sviluppa nei rivoli del turismo, una materia ad oggi inesistente. E nessuno, a partire dalla Regione, riesce a scandire parole di sollievo. Né a erogare le cifre promesse: a distanza di sette mesi i soldi della Finanziaria stanziati per famiglie e lavoratori potrebbero tornare utili, ma non ne rimane traccia negli atti ufficiali. La cancellazione del click day ha fatto sparire – temporaneamente – i 125 milioni destinati alle microimprese (verranno ripartiti a pioggia, ma si ridurranno in briciole); l’unica misura attuata è quella del bollo auto, mentre l’avviso sui voucher per il turismo è stato pubblicato da poche ore. Coincide coi giorni in cui hanno deciso di rinchiuderci a casa. Di nuovo.

L’effetto domino è la protesta. Un paio di sere fa Palermo ha provato a farsi sentire, ma la voce rotta di trecento manifestanti per bene, si è infranta su neofascisti e No Mask, che hanno insultato una troupe di giornalisti della Rai e per poco non sono venuti alle mani con la Polizia. Eppure, in quella piazza variopinta e disordinata di fronte a Palazzo d’Orleans, in tanti si battevano per i propri diritti: “La chiusura alle 18 penalizza fortemente la ristorazione proprio quella più facilmente controllabile – dice Doriana Ribaudo, del ristorante osteria Ballarò, all’Ansa – Già avevamo ridotto del 50% la capienza del nostro ristorante e assicurato alti standard di sicurezza anche con tamponi ogni 15 giorni a tutti i nostri dipendenti. Con lo smart working il pranzo rappresenta il 5% del nostro incasso. Venendo meno le ore della cena il colpo è mortale”. “I lavoratori del settore, datori di lavoro e manodopera, si troveranno a non poter garantire serenità economica alle proprie famiglie – dice Carmelo Grigliè, titolare della pizzeria Arte e Tradizione – Le aziende di ristorazione dovranno fare i conti con personale in esubero e mancati incassi che servono necessariamente per liquidare paghe, affitti, fornitori e tasse che lo Stato, comunque, prima o poi chiederà. Vedere prorogati i termini di pagamento delle tasse non è d’aiuto visto che l’impossibilità al lavoro non produce redditi necessari per poter adempiere al pagamento di quanto dovuto”.

A Messina la protesta ha preso una piega inaspettata. Sabato pomeriggio, quando la stretta di Conte era a un passo, il sindaco Cateno De Luca è uscito da palazzo Zanca e si è messo a capo della protesta anti-lockdown: “Da uomo delle istituzioni vi chiedo scusa – ha detto – per l’ennesimo provvedimento concepito da uomini e donne del “partito del 27”. Cioè coloro che, facendo parte della pubblica amministrazione, in lockdown o no, il loro stipendio il 27 di ogni mese lo prenderanno sempre e comunque. Loro sono tranquilli. E questo mi indigna, perché si creerà l’ennesima voragine tra chi è garantito e chi non lo è”. Il riferimento era (anche) all’ordinanza di Musumeci che avrebbe imposto il coprifuoco a partire dall’indomani. Tre parlamentari del Pd, fra cui il palermitano Carmelo Miceli, hanno denunciato De Luca per istigazione a disobbedire alle Leggi dello Stato. “Incitare la cittadinanza a disattendere un’ordinanza regionale sull’ordine pubblico, istigandola ad andare allo scontro totale, non è solo un gesto irresponsabile che mortifica le istituzioni, ma è reato”. De Luca ha replicato: “A differenza di questi sconosciuti senza né arte né parte, nei mesi di marzo e aprile non ho esitato a chiedere il massimo rigore. Oggi continuo in prima linea per pretendere che chi rispetta le estemporanee imposizioni del Governo nazionale e regionale non venga costretto a morire di fame”. E’ il sintomo di una politica sfibrata e palesemente in difficoltà.

Anche a Siracusa, fino a Ortigia, è andata in scena una dimostrazione pacifica da parte di chi non riesce più a tirare avanti. Per un’economia debole come quella siciliana, che tocca la fame ogni giorno, potrebbero davvero essere guai. E qualche politico lo fa presente. Tra questi Gianfranco Micciché, che aveva fortemente condannato la decisione di bloccare l’Isola durante la prima ondata. Figurarsi ora: “E’ inspiegabile la decisione del governo nazionale di aver di fatto inflitto il colpo mortale ad un paese che con enorme fatica stava provando a rialzarsi. Le attività commerciali e turistiche, i cinema, i teatri, le palestre, le piscine, i bar, i ristoranti, dopo avere rigorosamente eseguito quanto gli era stato ordinato dal governo nei mesi precedenti, si vedono oggi chiudere tutto. Si tratta – ha detto il presidente dell’Assemblea regionale – di un Dpcm emanato da persone irresponsabili, gente che probabilmente non conosce le città e che non è mai uscita da casa”.

“Non posso tacere – ha detto ancora Miccichè – davanti ad una decisione che può essere definita delinquenziale. Di fame e di disperazione si muore. Questa volta se gli aiuti promessi dal governo non saranno cospicui ed immediati, difficilmente potranno contenere la disperazione della gente. E siamo ormai consapevoli che gli aiuti non arriveranno! Si consultino con qualcuno che capisce perché così ci portano veramente alla rovina del Paese! Faccio un appello accorato alle persone responsabili che oggi stanno al governo: fermateli altrimenti i veri responsabili sarete voi”.

Intanto a Catania andava in scena la protesta di via Etnea. Dopo le bombe carta, alcuni manifestanti sono venuti alle mani. Poi la folla si è dispersa. La rabbia ribolle e non c’è nessuno in grado di controllarla. Questo fa paura.

Paolo Mandarà :Giovane siciliano di ampie speranze

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