“Macerie”, ha detto Gaetano Galvagno. E per una volta la politica siciliana ha trovato la parola giusta al primo colpo. Perché quello che resta del ddl sugli Enti locali è esattamente questo: un cumulo di norme sbriciolate dal voto segreto, un testo passato in Aula più per inerzia che per convinzione, svuotato dei pezzi più pesanti (il consigliere supplente, il terzo mandato dei sindaci nei comuni fino a 15 mila abitanti …). È sopravvissuta la norma sul 40% di quote rosa nelle giunte. Tutto il resto, però, racconta un’altra storia.

Racconta cos’è diventata oggi l’Ars. Un luogo dove le riforme si annunciano e poi si disfano. Dove le maggioranze sono trasversali (e comunque il centrodestra non vince mai). Dove il voto segreto è tornato a essere l’arma preferita per regolare conti interni che nulla hanno a che vedere con l’interesse dei siciliani. Non è la prima volta e, a questo punto, non sarà l’ultima. Prima le Province, poi i Consorzi di bonifica, adesso gli Enti locali: ogni tentativo di riforma strutturale finisce nello stesso tritacarne.

Ne ha parlato nel suo editoriale su La Sicilia Mario Barresi: “In questo contesto il governo Schifani, che riesce a dare il meglio di sé nella risposta alle emergenze (ma, vivaddio, non esistono solo quelle) è vittima di una coalizione “tossica”, ma anche della propria incapacità a gestirla. Le uniche eccezioni, in un profluvio di vertici di maggioranza e di tavoli assortiti, sono le nomine di sottogoverno. E i maxi-emendamenti con le mancette, specialità della casa spesso condivisa con le opposizioni”.

Non potrebbe essere così diverso all’interno di un’aula dove il massimo rappresentante, Galvagno per l’appunto, è pienamente delegittimato dalle intercettazioni che raccontano di un modus operandi al limite delle regole (saranno i giudici a stabilire il “se” e il “perché”) e all’utilizzo disinvolto del danaro pubblico da parte del suo “cerchio magico”. Pensate: non era neppure in aula Galvagno quando la settimana scorsa, travalicando qualsiasi forma d’imbarazzo, il parlamento si è ribellato alla proposta di digitalizzare gli archivi urbanistici dei comuni: un pezzo della maggioranza ha sfilato il tesserino per stanare i franchi tiratori, un altro pezzo ha votato col centrosinistra. Risultato: 33 a 1.

Ma c’è un elemento che rende questa stagione ancora più rivelatrice. La sensazione che all’Assemblea regionale non creda più davvero nessuno. Nemmeno chi dovrebbe guidarla (o governarla) politicamente. Renato Schifani, da questo punto di vista, ha fatto una scelta netta. Governa altrove. Si concentra sulle emergenze, mobilita fondi, accelera sui decreti attuativi. Quando c’è da incidere davvero, Palazzo d’Orléans procede per conto proprio. L’Ars torna centrale solo nel momento rituale della Finanziaria, quando servono copertura politica e cornice normativa alla manovra.

Lo dimostra anche l’ultima mossa del governo: 600 milioni in tre anni, traducendo in atti concreti gli articoli 1 e 2 della Legge di Stabilità, per incentivare le assunzioni a tempo indeterminato, grazie ai contributi erogati da Irfis. “Abbiamo impresso un’accelerazione decisiva”, rivendica il presidente. Quando la macchina dell’esecutivo vuole correre, corre. Il problema è che corre quasi sempre fuori da Sala d’Ercole. Dentro, invece, il copione è immutabile. Non stupisce che, mentre fuori la Sicilia perde giovani e capitale umano, dentro il Parlamento più antico d’Europa si discuta ancora di come stanare i traditori di giornata.

A questo punto la domanda non è più irriverente. È realistica: a cosa serve oggi l’Ars? Se la funzione legislativa si riduce a manutenzione minima, se le riforme strutturali si schiantano una dopo l’altra, se perfino il governo interviene soprattutto per via amministrativa, perché continuare a pagare le bollette? Questo giornale lancia la provocazione da tempo e oggi suona meno paradossale di ieri: chiudiamola.

“Fra un po’ ci sarà il fermo biologico per la campagna elettorale delle amministrative – scrive ancora Barresi nel suo editoriale -, poi le (lunghe) ferie, magari subito dopo la ricchissima manovra estiva. E infine, a dicembre, la finanziaria; forse l’ultima del quinquennio. Ma allora perché non chiudere l’Ars per manifesta incapacità e riaprirla soltanto per le sessioni di bilancio? Non sarebbe lesa maestà. Ma un sussulto, l’ultimo, di dignità”.

Non sarebbe una resa. Sarebbe una fotografia onesta dello stato delle cose. E magari – dettaglio non secondario – eviteremmo pure di pagare la luce per tenere acceso un Palazzo che produce sempre meno.