Ascolto e leggo ogni forma di opinione sui fatti di Milano e sui ragazzi delle scuole, appena adolescenti che esprimono una rabbia sociale che non ha precedenti. Non studenti universitari, ma della scuola, non su problemi ideologici, non sui conflitti internazionali, che pure sono lì, terribile cornice di un malessere generazionale spaventoso. Mi chiedo come sia possibile non avere compreso, fino ad oggi, che tutto questo non poteva non succedere. Che il malessere sociale fosse profondo, angosciante, strutturale, al Nord come al Sud, nei piccoli come nei grandi centri era evidente nel sistema formativo, dalla scuola all’Università.

Oggi è venuta da me, nel mio studio all’Università, una giovane laureata, brava, capace, impegnata, parla tre lingue, per anni attenta rappresentante degli studenti. Non chiedeva un lavoro, ma semplicemente un appiglio dal quale iniziare a sperare, un contatto, una speranza, un nome. Vuole restare, ma non sa come e perché. In mattinata era venuto F., appena laureato, anche lui cerca di trovare un ruolo, forse da giovane imprenditore, in un sistema Paese che ignora completamente il futuro di questi giovani.

C. aveva aperto una piccola azienda di dolci, buonissimi, nel suo paese, Racalmuto. Aveva competenza, coraggio, capacità, ambizione. Anche lui ha lasciato, pieno di sfiducia per una burocrazia asfissiante, per il rifiuto di un sistema di imprese a riconoscere il talento, a dare anche un minimo di supporto logistico, finanziario a chi vuole intraprendere. È partito anche lui, adesso vive a Brasilia. G. l’ho incontrata con il compagno e la piccola figlia. «Sa, prof., ormai faccio altro, spero che la laurea, il master mi servano dopo la pensione, se mai l’avrò».

Quanti sono i nostri ragazzi che non ce la fanno? Che hanno studiato, che avrebbero un mestiere ma devono accontentarsi di un lavoro che nulla ha a che fare con le loro competenze. Dove abbiamo sbagliato? Cerchiamo di comprendere perché il tasso di abbandono agli studi arriva a punte del 50%? Le nostre aule sono sempre più vuote, quasi a testimoniare una sfiducia nel nostro modello educativo, nella nostra capacità formativa.

Formiamo dottori di ricerca che, nella maggior parte dei casi, non hanno la minima speranza di trovare spazio nel mondo della ricerca, accademica o meno che sia. Alcuni di loro, e sono fortunati, lavorano a progetto, come I. e E. che lavorano con noi. Senza loro e quelle e quelli come loro potremmo andare ogni mattina in Dipartimento per fare lezione e poi a giocare a tressette, altro che ricerca. La ricerca è il sogno di I. e E. e di tanti come loro, la difficoltà a perseguirlo è il loro incubo. Ma non smettono di sognare.

Il mio mondo, quello dell’agricoltura, vive difficoltà enormi. In tutta la Sicilia occidentale abbiamo difficoltà anche a far svolgere un semplice tirocinio curriculare di 150 ore agli studenti. Se poi si tratta di studenti non italiani, è una missione impossibile, con buona pace dell’internazionalizzazione. I nostri studenti internazionali vengono tutti da Paesi complessi, Iran, Etiopia, Nord Africa, Pakistan, India. La loro è una corsa a ostacoli, tra permessi di soggiorno che scadono, dipendenti pubblici che non parlano l’inglese, affitti non di case, ma di stanze, a prezzi resi folli anche dal proliferare incontrollato di Airbnb, polizze assicurative onerose.

Il tessuto produttivo della nostra agricoltura è sempre più povero e frammentato. Lo so, sembra un quadro eccessivamente pessimista, ma è così che va. Eppure la politica parla di “eccellenze”, di qualità inarrivabile del prodotto siciliano, di nuove DOP e IGP, del prossimo Presidio di Slow Food, di chef stellati, di ristorazione.

Qual è la sfida, cosa c’è da fare? Ricordate i Navigator, uno degli sprechi più ridicoli degli ultimi anni? Occorre ricreare un tessuto, una piattaforma dove domanda e offerta di lavoro si incontrino. Il placement. È un servizio che abbiamo il dovere di organizzare comprendendo che non si tratta di un pronto soccorso per disoccupati senza titolo, ma che riguarda anche chi ha un master, un dottorato, una laurea magistrale.

Occorre fare presto, oggi, non domani. Non basta celebrare gli eroi della “restanza”, per sentirsi migliori. Occorre lavorare tutti insieme per rendere possibile il futuro dei nostri giovani, che entrano nel mondo del lavoro a volte non prima dei 30-32 anni.

Reprimere la violenza è necessario, è anche stucchevole ripeterlo. Ma spegnere la rabbia con gli idranti è stupido oltre che impossibile. È una generazione, forse due, che soffre un gigantesco disagio sociale. Non vengono solo dalle periferie, stanno nei nostri palazzi, hanno frequentato le scuole giuste, hanno studiato nelle nostre Università, ascoltiamoli.

Da Trump ai suoi epigoni locali si invoca la caccia al migrante, perfetto capro espiatorio di qualsiasi disagio sociale. Ma qualcuno ha chiesto ai nostri giovani se sia davvero questo il loro problema, la ragione del loro occupare le piazze? Certo che non lo è. Cosa c’entra la migrazione dei giovani dal Sud con l’immigrazione? Cosa deve ancora succedere prima che la gravità del malessere giovanile, la loro difficoltà a pensare, prima ancora che programmare il futuro, diventi un’emergenza nazionale?