Meloni ha perso il referendum e in ventiquattr’ore ha cominciato a tagliare. Schifani perde da mesi – in aula, dentro la coalizione, con le inchieste che sfiorano mezza giunta – ma non riesce neppure a spostare una poltrona. È tutta qui la differenza fra Roma e Palermo: da una parte una premier che, per salvare la propria immagine, scarica uomini e donne che hanno trattato con “leggerezza” i temi della giustizia; dall’altra un governatore ostaggio degli alleati, incapace di liquidare un assessore e di prendere le distanze da un sistema.
A Roma, almeno, il potere ha provato a reagire. La sconfitta al referendum sulla giustizia ha prodotto in poche ore le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del ministro Nordio, la gelese Giusi Bartolozzi. E Giorgia Meloni, in una nota ufficiale, ha chiesto e ottenuto da Daniela Santanchè la stessa cosa. Non è detto che basti a rimettere in sesto un governo affondato sull’unica riforma andata avanti: le altre, come il premierato e l’autonomia differenziata, sono rimaste carta straccia. Ma il segnale politico è chiaro: quando il danno diventa troppo visibile, qualcuno deve pagare.
A Palermo no. A Palermo il referendum non ha prodotto né autocritica né scosse vere, nonostante il risultato sia stato perfino peggiore che altrove: in Sicilia il No ha vinto con il 60,98 per cento, dentro una partecipazione ferma al 46,13, la più bassa d’Italia. Dati che, da soli, basterebbero a certificare il fallimento politico del centrodestra regionale, incapace di mobilitare, convincere, perfino interessare il proprio elettorato. Eppure Schifani resta fermo, come se tutto questo appartenesse alle dinamiche nazionali, e sceglie di non seguire Meloni sulla strada della questione morale (resta da capire, o da sperare?, se Giorgia adotterà le stesse misure applicate a Delmastro ai patrioti isolani).
Il caso più imbarazzante resta quello di Elvira Amata. Da mesi il governatore convive con un assessore al Turismo politicamente bruciato e giudiziariamente ingombrante. Per l’imprenditrice Marcella Cannariato, coinvolta nella stessa inchiesta per corruzione, la Procura di Palermo ha chiesto una condanna a due anni e sei mesi. L’udienza di Amata – da cui verrà determinato l’eventuale rinvio a giudizio – è fissata per il 20 aprile. Ma il dato politico è che Schifani, in tutto questo tempo, non è riuscito a fare ciò che Meloni ha provato a fare in ventiquattr’ore: liberarsi di una zavorra.
La verità è che il presidente della Regione non governa più le vicende della sua maggioranza: le subisce, come accaduto con Fratelli d’Italia che gli ha imposto la ‘cacciata’ di Iacolino dal dipartimento alla Pianificazione (ancor prima che esplodesse il caso giudiziario); o con gli autonomisti di Lombardo, che a due anni dal patto stretto in campagna elettorale con Tajani, sono pronti a riscuotere il secondo assessorato. Oppure le “parcheggia” in attesa che si risolvano da sole o che il calendario giudiziario lo tolga dall’imbarazzo.
Il problema è che intanto il soffitto scricchiola. Fratelli d’Italia, in Sicilia, non ha solo il caso Amata. Ha anche Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars e uomo di punta dell’area larussiana, per il quale è stato fissato il processo a partire dal 4 maggio, dopo la scelta del rito immediato, con accuse di corruzione, peculato e falso ideologico. Anche qui nessuna rottura politica, nessun passo di lato, nessuna assunzione di responsabilità che vada oltre le formule di rito.
E non è finita. Perché mentre Schifani riflette se ri-aprire o meno la giunta alla Democrazia Cristiana di Cuffaro (caduto in disgrazia, politicamente parlando), deve fare i conti con un altro alleato che di leggerezze ne porta parecchie. Il deputato Dc Ignazio Abbate – tra i favoriti per occupare una casella governativa – risulta indagato sia per la gestione degli indennizzi legati alla tromba d’aria che colpì Modica, sia per un secondo filone sull’indebita destinazione dei fondi regionali per i buoni libro quando era sindaco. Anche qui il punto non è anticipare le sentenze. Ma chiedersi che razza di governo continui a ragionare di nuovi ingressi, nuovi equilibri, nuovi posti da distribuire, mentre gli uomini che dovrebbero rafforzarlo trascinano simili ombre. Che farebbe la Meloni al posto di Schifani? Oserebbe?
Poi c’è Forza Italia, che a ogni scandalo fa finta di cadere dalle nuvole e invece si ritrova regolarmente sfiorata dalle stesse storie. Nell’inchiesta che ha investito Salvatore Iacolino, tra le intercettazioni è emersa una conversazione in cui il boss di Favara Carmelo Vetro sostiene di avere finanziato anche la campagna elettorale di Edy Tamajo. Va detto con chiarezza: siamo nel campo degli elementi investigativi, non delle responsabilità accertate. Ma anche questo basta a raccontare la qualità del contesto in cui si muove il governo siciliano: un sistema che da mesi accumula imbarazzi, relazioni opache, veleni, senza riuscire mai a dare l’idea di una bonifica.
Ed è qui che il confronto con Roma diventa impietoso. Meloni, che già dalla campagna elettorale si erigeva a campionessa di rigore, ha capito che una sconfitta richiede almeno una dimostrazione di forza, se non altro scenica. Ha scaricato Delmastro, ha lasciato andare Bartolozzi, ha aperto il fronte con Santanchè e persino con l’area che intorno a La Russa si sente da sempre intoccabile. Schifani invece continua a muoversi da notaio, non da capo del governo. Custodisce gli equilibri, preserva gli alleati, protegge il perimetro. Si limita a praticare l’immobilismo come tecnica di governo. Alla fine è questo che colpisce più delle inchieste, dei processi, dei rinvii. A Roma la sconfitta ha prodotto una reazione. A Palermo solo attesa.


