Nonostante l’incertezza del voto segreto, la legge elettorale “passerà”, giurano dal partito di Giorgia Meloni. L’esito è in realtà imprevedibile, ma l’unica che può fermare la riforma a un passo dal gong “è lei e lei non ha dato indicazioni di questo tipo”. Ragionamenti che esasperano le due anime in Fratelli d’Italia: una seriosa, che tiene alta la tensione e ricorda in modo ossessivo la presenza obbligatoria alla Camera per il voto finale. Un’altra invece pionieristica, che giocherella già con le liste elettorali e immagina il governo futuro. Per un ministro che ostenta sicurezza, come Francesco Lollobrigida, ne spunta uno sacrificabile, Adolfo Urso.

Il teorema dello sgambetto finale rimbalza in un Transatlantico deserto, ma perde di potenza. Il governo ha posto la fiducia su tre articoli. “In diversi hanno mal di pancia, ma ora è tardi”, sentenzia chi conosce bene l’iter parlamentare. Giovedì 8 settembre, al voto finale, a scrutinio segreto, i ministri assenti dovranno avvertire la premier. Nessuno vuol rischiare la reprimenda. Saranno quasi tutti e 400 i deputati in aula. Dovrebbe filare liscio, ma il sentimento è ondivago. Per un Matteo Salvini che dispensa serenità (“”Franchi tiratori? No”), c’è un Giovanni Donzelli a ricordare la posta in gioco: “Se non passa” la premier “dovrebbe salire immediatamente al Colle”, dice il fedelissimo meloniano. Una questione “di rispetto istituzionale”.

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