Dopo la sfilata dei leader nazionali, in Sicilia è arrivato anche Antonio Tajani. Ma più che una visita nei luoghi messi in ginocchio dal maltempo, la sua è stata una giornata tutta concentrata dentro i palazzi, in compagnia del presidente Schifani: incontro con le associazioni d’impresa a Palazzo d’Orléans, accanto ai vertici di Ice, Simest, Sace e Cassa depositi e prestiti, e la presentazione di un pacchetto di misure pensate per sostenere le aziende esportatrici colpite dagli eventi calamitosi.
Finanza agevolata, proroghe nei pagamenti, credito d’imposta, partecipazione gratuita alle iniziative di internazionalizzazione. L’idea è semplice: rimettere in moto il più velocemente possibile quella parte di economia che tiene agganciata la Sicilia ai mercati esteri. “La nostra missione – ha spiegato Tajani – è quella di dare risposte concrete al tessuto imprenditoriale colpito in Sicilia dalle calamità naturali. Oggi presentiamo tutte le misure messe in campo per permettere alle aziende di accedere a una serie di opportunità e di ristori in tempi brevissimi”.
Nelle stesse ore, la Regione – che aveva già stanziato 93 milioni per le prime urgenze – faceva la propria parte approvando il bando per i primi ristori alle imprese danneggiate dal ciclone Harry. Ventitré milioni complessivi, contributo minimo da cinquemila euro a fondo perduto e una procedura volutamente semplificata: basterà una perizia giurata per accedere agli aiuti, senza Durc né certificazioni fiscali. La piattaforma sarà attiva entro metà febbraio e l’obiettivo dichiarato è arrivare alle prime erogazioni già a fine marzo. Poi dovrebbe partire una seconda fase, con finanziamenti fino a 400 mila euro, in parte a tasso zero e con tre anni prima di iniziare a restituirli. “Con questo intervento diamo una risposta concreta e immediata a imprese che hanno subito danni significativi e che rischiavano di rimanere ferme, con pesanti ricadute economiche e occupazionali”, ha sottolineato l’assessore alle Attività produttive, Edy Tamajo.
Misure difficili da criticare. Dopo una calamità, impedire che le imprese chiudano è quasi un dovere pubblico. Il punto è un altro, ed è meno contingente di quanto sembri. Perché questa prontezza racconta anche il modo in cui la politica ha imparato a muoversi negli ultimi anni: intervenire dopo, con rapidità e risorse consistenti, mentre resta più sfumato tutto ciò che riguarda la prevenzione e la messa in sicurezza del territorio.
È un approccio che si è consolidato durante la pandemia e che, da allora, non è più stato davvero messo in discussione. Cambiano le emergenze — sanitarie, climatiche, infrastrutturali — ma la risposta resta spesso la stessa: accompagnare la ripartenza più che ridurre l’esposizione al rischio. Dentro questo schema si inserisce perfettamente l’attivismo del forzista Tamajo, che della gestione dei fondi ha fatto molto più di una delega amministrativa (oggi è anche un membro attivo della cabina di regia operativa per l’emergenza maltempo, coordinata da Simona Vicari).
Non passa mese senza un nuovo intervento. L’ultimo, annunciato a dicembre, riguardava il Piano Step: 315 milioni per sostenere tecnologie avanzate, biotecnologie e transizione energetica, con l’ambizione — almeno dichiarata — di portare la Sicilia dentro le filiere europee dell’high tech. Qui il salto, nelle intenzioni, è evidente. Non il classico aiuto per tamponare una crisi, ma il tentativo di parlare il linguaggio della politica industriale.
Eppure la domanda resta inevitabile: tutta questa massa finanziaria sta davvero cambiando la struttura produttiva dell’isola? Perché mentre i bandi si moltiplicano, la Sicilia continua a fare i conti con un’economia fragile, salari bassi e imprese che faticano a crescere. I finanziamenti aiutano – spesso sono ossigeno puro – ma solo di rado sembrano produrre quella trasformazione che dovrebbe renderli meno indispensabili negli anni successivi.
Questo, però, non ridimensiona il peso politico del “modello Tamajo”. L’assessore presidia il territorio, dialoga con le categorie, costruisce una relazione costante con il mondo produttivo. In una regione dove l’accesso alle risorse pubbliche ha sempre avuto anche un valore politico, questa presenza continua diventa un formidabile fattore di consenso. Le oltre centoventimila preferenze raccolte alle Europee raccontano esattamente questo.
Il nodo, allora, è soprattutto politico. Perché mentre Tamajo rafforza il rapporto con le imprese attraverso la promessa dello sviluppo, il governo regionale appare spesso impegnato a rincorrere le crisi più che ad anticiparle. Dalla gestione dell’acqua alle difficoltà dell’agricoltura, fino al dissesto idrogeologico, la sensazione è quella di una macchina che reagisce più di quanto riesca a prevenire.
Così anche la visita di Tajani assume un valore che va oltre la contingenza. “Tutti mobilitati per sostenere la Sicilia che produce”, ha detto il ministro. Ma la vera sfida sarebbe mettere questa terra nelle condizioni di non dover essere soccorsa ogni volta. Perché una regione non diventa più solida quando impara a distribuire gli aiuti. Diventa più solida quando riesce a ridurne il bisogno.


