Dovrebbero fare i legislatori ma felici e inconsapevoli, in un dorato asilo “Mariuccia” si divertono a mettere in scena indigeribili spettacoli.
Il più recente è quello offerto da trentatré deputati – tanti quanti quelli che dovevano raggiungere Trento – rimasti in aula quando gli altri se l’erano data a gambe, che hanno bocciato con un solo voto a favore un provvedimento di legge presentato dal governo.
Non era nulla di che e il voto è stato un pretesto, l’anticipazione di un passaggio più impegnativo, quello che con ogni probabilità fra qualche giorno vedrà vanificati le cosiddette quote rosa – che detto così è proprio indigeribile, ben altro essendo invece la partecipazione consistente delle donne nelle amministrazioni locali – e il terzo mandato per i sindaci in quelle inferiori a quindicimila abitanti.
Sulle due questioni non c’è stato un dissenso palese, ché anzi, in una sagra dell’ipocrisia, quasi tutti, governo e Assemblea, si sono dichiarati d’accordo.
Poi, togliendo la maschera indossata per la recita, viene fuori che alla destra in particolare del ruolo delle donne in politica non interessa proprio nulla, mentre per il terzo mandato ciascuno dei parlamentari si fa il conto se questa opportunità non possa creare pericolosi concorrenti al seggio regionale.
Mentre in Assemblea è andato in scena l’ennesimo indecente spettacolo, è proseguita tranquilla, silente, l’inoperosità del governo, che non c’è stato in passato e continua a non esserci, anche dopo la recente, tragica sfida del ciclone Harry e della frana di Niscemi.
Per farvi fronte sarebbero necessari, com’è ovvio, mezzi ingenti, strutture operative adeguate e concorso massiccio del governo nazionale. Tre premesse del tutto inesistenti, che l’attivismo di Schifani e le sue assicurazioni non riescono a coprire.
Soldi non ce ne sono e naturalmente non si è dato corso all’ipotesi di utilizzare il miliardo accantonato per il Ponte sullo Stretto che non si farà – almeno per ora -, e poi non c’è nessuno in grado di sottrarsi al capriccio prepotente di Salvini che intanto sequestra i soldi, e non si è neppure indotti a protestare quando in Parlamento la destra boccia l’ipotesi di sospendere il pagamento delle tasse per le famiglie e le imprese colpite dagli eventi atmosferici.
L’emergenza sta del resto consentendo a Schifani di rinviare ancora la sostituzione degli assessori di Cuffaro e dei due tecnici indigesti ai partiti della maggioranza ai quali tolgono potere e controllo di risorse.
Questo quadretto si compone oltre tutto con una opposizione che, pur tentando di distinguersi, rimane divisa, incapace di controllare chi governa e ancor di più di costruire un’alternativa.
Poi c’è un altro soggetto sul quale sarebbe interessante un discorso articolato, un soggetto che non trova ormai rilievo neppure nelle scarne note che i giornali continuano a riservare alle vicende regionali. Si tratta di quella che con enfasi viene chiamata società civile e che, in rapporto alle vicende politiche, non c’è più o c’è molto meno che altrove, per una atavica, infausta tradizione e forse anche perché chi gestisce il potere non ne ha più a sufficienza per alimentare generali e diffuse aspettative di natura clientelare.
Non ci sono i partiti, ridotti a taxi sui quali salire o dai quali scendere a seconda delle convenienze e che comunque non legano le istituzioni alla gente, non svolgono l’antico ruolo di megafoni dell’opinione pubblica di tramite tra la sensibilità e i bisogni della gente e i governi.
Comunque, come peraltro capita in tante parti dell’Europa e nel nostro Paese, la società civile rimane lontana, assente e indifferente. Con una marcata diversità tra la realtà nazionale e quella regionale, certo per la diversa dimensione, ma anche per la qualità e la natura dei protagonisti. Sulle vicende romane una parte almeno della società civile si appassiona, partecipa e tifa, giusto come fanno sfegatati appassionati di calcio. Meloni urla, insulta, individua nemici, suscita consensi e dissensi. In Regione non avviene nulla di tutto ciò. Schifani è silente, sfuggente, misurato come si addice ad un borghese, incapace di avere e di suscitare passione. Interpreta in maniera abbastanza efficace una istituzione, quella dell’Autonomia, che si sta spegnendo, che perde o ha già perduto ruolo, capacità di attivare sviluppo, diventando perfino un ostacolo alle prospettive dell’Isola. Rimane così una struttura che alimenta una classe di potere che quella società sceglie o recandosi alle urne o disertandole, sostiene un consistente numero di quelli che il direttore di questo giornale chiama “pagnottisti” e insieme a loro – va detto – diverse migliaia di famiglie che ne traggono la loro fonte di reddito.
E la società civile probabilmente è convinta di potere far poco per modificare l’andazzo delle cose, sicuramente mostra crescente, colpevole indifferenza rispetto ai giochi di potere e non sente la necessità di difendere le istituzioni della vita democratica, che per mantenere la loro validità devono poter contare sul consenso, evitando che si possa immaginare di scambiare la libertà con la presunta efficienza di sistemi illiberali.
E la casta, in Sicilia in particolare, ovviamente, ringrazia. Non deve rendere conto a nessuno. Può continuare nell’indifferenza generale a lucrare i propri vantaggi sperperando risorse e perdendo occasioni principalmente perché non le avvista e se le avvistasse non sarebbe in grado di coglierle e utilizzarle.


