“Ha vinto una magistratura politicizzata che ha trasformato il referendum in un Meloni sì e Meloni no. Su Delmastro deciderà lei, forse nemmeno i miei nipoti tra 40 anni riusciranno a riformare una magistratura politicizzata”. Nel fuggi fuggi generale del fronte del Sì, dopo la sconfitta al voto referendario sulla riforma della giustizia, il vicepresidente della Camera e frontman della riforma per Forza Italia, Giorgio Mulè, si rivela il deputato non solo più efficace in campagna elettorale ma anche il più onesto nella sconfitta. Con HuffPost accetta l’esito del voto: “Qualche errore è stato fatto”.

Mulè, ha vinto il NO: una batosta?
Non direi. Il risultato va letto nelle sue proporzioni. Non abbiamo perso di 15 punti, ma di misura. Dalla nostra parte abbiamo oltre 12 milioni di elettori. Significa che le nostre ragioni erano tutt’altro che campate per aria.

Oltre 14 milioni però le hanno rigettate.
Infatti accettiamo l’esito. La miglior prova delle nostre ragioni è però dimostrata da quella parte della magistratura che è politicizzata e che infatti ora festeggia come una scolaresca intonando “Bella ciao” e “Chi non salta Meloni è”. Gli stessi magistrati che domani devono giudicare nel nome del popolo italiano, alla faccia dell’imparzialità. Tutto è finito con un Meloni sì o Meloni no, peccato: il referendum era su altro.

Facciamo analisi della sconfitta. Avete perso perché?
Perché questo blocco conservativo della magistratura è stato bravissimo a evitare il campo minato dove saltavano in aria le loro ragioni inconsistenti, buttandosi nel campo largo delle opposizioni. Invece che sfidarci con coraggio sul terreno della riforma hanno privilegiato le botte da orbi. E quindi tiravano in mezzo Delmastro e compagnia. Ma dico io: cosa c’azzecca Bartolozzi con Calamandrei? Peccato che alla fine la maggioranza degli italiani li abbia seguiti…

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