L’ho letto tutto d’un fiato. Stava lì in cima agli altri libri nella mia affollata scrivania dove altre urgenze mi hanno impegnato fino a ieri mattina. Quando ho spostato la pila per cercare un volume sull’economia civile di Stefano Zamagni ho notato appena la pistola rivolta verso di me. Allora ho cominciato a leggerlo e non l’ho mollato fino alla fine. Tante cose le conoscevo per essermene occupato personalmente come cronista di quella stagione che non ci lascia ancora in pace, dall’Addaura, all’assassinio di Nino Agostino e della moglie, alla vicenda di Emanuele Piazza. Mi sono tornati in mente i colloqui con il padre di Emanuele, l’avvocato Giustino che mi ha onorato ogni tanto incontrandomi e spiegandomi i suoi punti di vista sulla scomparsa del figlio. Ho rammentato le mie domande in occasioni pubbliche a ministri e alti funzionari del ministero dell’Interno sulla”collaborazione” con i servizi del giovane ex poliziotto. Ricordo il loro sguardo sprezzante perché fare domande, legittime, per dovere professionale e morale, viene considerato un atto ostile.

Grazie alla scrittura nitida con frequenti play e rewind di Gery Palazzotto, ho potuto ripercorrere decenni di vita, di dubbi, di timori, ma anche del valore forte dell’amicizia con alcuni colleghi uniti dalle stesse convinzioni e dallo stesso senso della nostra professione. Il libro va letto da chi quelle storie non le ha vissute, ma anche da chi le ha osservate con distacco senza che diventassero angoscia personale e rabbia. Un libro breve ma denso scioglie qualche dubbio ma non può chiudere l’ultima pagina con rassicurazioni e sperando nella pace.

Non c’è ancora pace per tante vittime, per i loro parenti, non c’è pace per chi ogni giorno della sua vita ha cercato di orientarsi fra corvi, depistatori, assassini e amici degli assassini, spacciatori di “polpette avvelenate” (copyright Franco Viviano), servitori dello Stato che si erano offerti alla mafia per i fini più immondi e un pacchetto di miserabili benefit. Ogni tanto andavo da Giovanni Falcone nel pomeriggio. Il tribunale era deserto. Restavano solo loro, “i pazzi del pool”, a lavorare fino a sera. Lo raggiungevo nel suo bunkerino non per strappargli una notizia. Sarebbe stato un tentativo vano. Ti avrebbe guardato con i suoi occhi eloquenti e ti saresti sentito un verme. Allora cominciavo un gioco: “Giovanni (ho cominciato a chiamarlo dopo anni di distanza e di dottore) io ti dico quello che so e tu mi dici solo se è una strada avvelenata”.

Spesso, dopo avermi ascoltato con attenzione, dalle sue labbra usciva un rassicurante “continua a lavorare”. E bastava per non sentirsi solo e per schivare le fake news che uscivano da ambienti investigativi. Il libro di Gery questo contesto lo ricostruisce con attenzione, e con un dolore in più che viene dall’aver conosciuto e bene alcune delle vittime e dei carnefici, come poteva accadere allora quando ogni incontro era scivoloso e a rischio e persino accanto alla tua scrivania, mentre scrivevi un pezzo, dovevi guardarti da chi ti stava vicino che non era quello che voleva apparire.

“Oggi neppure la società civile c’è più – scrive Gery – e nessuno l’ha uccisa, nessuno l’ha rapita. Si è estinta a causa di quel cataclisma sociale che ci ha portati a essere tutti forzatamente presenti pur non essendoci: partecipanti in contumacia, movimentisti da pollice opponibile”. Allora un libro serve anche a questo, a mettere in fila i fatti, a sottolineare le incongruenze, senza timore delle asperità, a riflettere proprio mentre tutt’intorno ti urlano che non ce n’è più bisogno, a tentare di ricostruire un senso e a continuare a credere che qualcuno più bravo di noi riesca dove noi abbiamo fallito.

Tratto da Facebook