Come lo si può lasciare esposto al rischio “di avere tagliata la testa”? Come si fa a rimanere indifferenti alla richiesta di stargli vicino, rincuorarlo, dirgli di non aver paura ché non gli lasceremo salire le scale al buio, come capitava  a me da bambino quando spesso, alla sera, mancava la luce?
Dalla sua, al novello candidato alla presidenza della Regione non manca l’ascolto di Dio – nomen omen: Ismaele vuol dire infatti “Dio ascolta” -, ma non gli può venire meno neppure il sostegno delle zie, delle mamme, dei nonni, di tutti quelli che ieri furono affascinati dal populismo del vaffa e oggi lo rimangono da quello della lacrima.

Certo, questo La Vardera è proprio un personaggio, e non si capisce se ci marcia o è proprio così: disarmante, infantile, patetico e furbescamente populista, col suo visino da bravo ragazzo, i capelli a spazzola, i colori chiari e lo sguardo innocente.

Per annunciare la sua candidatura, in poco più di cinquanta righe ha utilizzato per sedici volte la parola “colpevole”, con una antifrasi, qualcosa che indica esattamente l’opposto di ciò che appare in senso letterale.

Tutte le sue proclamate colpe vogliono apparire come meriti, medaglie conquistate in una lotta impari da un redivivo Davide che sfida Golia. La forma retorica, la maschera del candore e della tenerezza, non nasconde una nuova, inconsueta veste del populismo, che salta la complessità dei problemi, tende a creare connessione immediata e diretta con la gente, mira a suscitare una relazione affettiva, a condividere un sentimento. Trasforma la propria ferita, le stimmate autoprodotte in una identità collettiva. Vuole apparire quasi un disarmante redentore, che soffre, corre rischi enormi per salvare l’umanità e se stesso dai brutti e cattivi che vogliono “mascariarlo”, “delegittimarlo”.

Del populismo ci mancava giusto la versione alla lacrima, una traduzione più innocua delle altre ma non meno dannosa per la semplificazione dei problemi, per la capacità di manipolare e distorcere il normale svolgimento della politica, per tendere una vera e propria trappola e mettere in piedi un inganno, come hanno sempre fatto nella storia i retori, i sofisti e, senza alcun riferimento personale al nostro eroe, tutti gli imbroglioni.

Ma poi, a ben vedere, cosa rimane di normale e di vero nella politica siciliana e non solo? Perché dovremmo chiedere programmi, progetti, cultura, conoscenza delle questioni al povero, innocente, Ismaele mentre a Sala d’Ercole e a Palazzo dei Normanni va in scena la rappresentazione dello sfascio nel dissolvimento di ogni regola, di ogni razionalità?

A guardare gli ultimi eventi dell’Assemblea si può scorgere un solo elemento di razionalità? Settanta brave persone – senatores boni viri sempre – spingono i bottoni di volta in volta, spesso senza criterio e talora solo in base a personali convenienze.

Così, quando ieri si è proposto di consentire il terzo mandato ai sindaci nei comuni inferiori a quindicimila abitanti, come del resto è previsto in tutto il Paese, in ciascuno dei nostri emeriti legislatori è sorta la domanda se quella ipotesi conveniva o no, se era opportuno migliorare il governo degli enti locali garantendo la permanenza di un ceto dirigente consolidato ed esperto o se pure in questo modo si poteva correre il rischio di far crescere pericolose insidie per il proprio seggio alle prossime elezioni regionali.

È davvero il clima più idoneo, non solo a Palermo, per una gara del populismo, che scombinerà ulteriormente la politica realizzata da una sorta di compagnia di giro.

Non scompiglierà certo la destra, all’interno della quale succede di tutto, dove non esistono più logiche di partito, vincoli di alleanza, dove la questione morale insiste in modo sempre più evidente – l’ultimo arresto di un deputato di Forza Italia è proprio di oggi.

A destra il buon La Vardera non creerà molti problemi, perché lì vi è una consolidata pratica del potere, lo sanno usare come collante ed amuleto per vincere le elezioni. Litigano come cani e gatti ma poi al dunque si ritrovano, compari ed amici come prima.

Lo sconquasso lo porta nell’altro campo, in quello anemico e balbettante dell’alternativa alla quale per la verità nessuno crede e dove nessuno sa cosa fare per metterla in piedi.

Ché poi non serve lo sappiano i dirigenti regionali del Partito democratico e di Cinque stelle. Lo sa di sicuro Schlein, che per accordarsi con Conte in vista delle prossime elezioni regionali e nazionali, una candidatura dovrà pur dargliela perché solo in Sicilia, al suo partito residua qualcosa dei vecchi successi.

Se così avverrà, sarà un bel vedere. Si confronteranno tre diverse forme di populismo: quello antico, sulfureo del vaffa, quello becero della pernacchia di De Luca e ultimo quello tenero del pianto.

Senza voler sottovalutare la capacità dirompente di questa straordinaria, moderna forma della politica, che Cavour, De Gasperi e Berlinguer avrebbero avuto di che imparare, poco o nulla dovranno temere i partiti di Meloni, di Berlusconi che da lassù continua a dare l’orientamento e di Salvini, posto che arrivi a quella scadenza sottraendosi all’irrefrenabile pulsione autodistruttiva.

Sarà uno spettacolo interessante per quei pochi, testardi reduci che in Sicilia avranno ancora voglia di seguire il teatrino della politica.

E fra i tre protagonisti del populismo, non si può escludere che il più fresco, il più giovane, il più aduso all’intrattenimento, il più facile al pianto possa avere la meglio. Non nel senso di “vincere”. Semmai in quello di creare il maggior danno alla improbabile alternativa alla destra.