La situazione dell’Ars sembra somigliare ad un episodio della battaglia di Austerlitz. Prima che il sole brillasse definitivamente sulla grande vittoria di Napoleone, una brigata francese fu caricata dai corazzieri della guardia russa, ruppe le righe, si voltò e fuggì. Pur scappando, i giovani soldati che passavano davanti all’imperatore gridavano “Vive l’Empereur”. Così, nella desolante e mortificante vicenda dell’impasse legislativa e nei ritardi amministrativi della regione a speciale autonomia, ci si indigna se qualcuno mette in discussione la validità attuale dell’autonomia. E si grida “viva lo Statuto”.
Quello statuto che si ignora e si disprezza con i comportamenti quotidiani, dall’uso vigliacco del voto segreto, ai patti per la distribuzione di benefici che nulla hanno a che fare con l’interesse pubblico e con il bene della Sicilia. Così ci si rifugia dietro il patriottismo verbale, vuota retorica che non riesce a dissimulare l’inganno della codardia e della evidente inefficienza. Una situazione di declino che dura da oltre trenta anni. A voler essere benevoli.
E a poco valgono le promesse e le erogazioni annunciate di benefici a spese dell’erario non solo in caso di disgrazia, se non a rimarcare il tempo perduto, le occasioni sprecate, la viltà nell’amministrazione. Il preferire il rinvio al dolore e al peso della decisione, la ignobile appropriazione privata di risorse, l’abbandono del territorio reso più grave dai mutamenti del clima. In una parola il tradimento delle istanze di progresso e sviluppo che avevano giustificato la lotta per il governo autonomo.
Ma autonomia non significa necessariamente garanzia di buon governo. E la scelta giusta e doverosa della amministrazione in proprio senza padrini e padroni lontani non esime dal rischio che padrini e padroni si trovino all’interno. Lo spadroneggiare degli eletti nella desertificazione della politica locale, con la degenerazione assembleare, emerge in tutta la sua gravità di fronte ai guasti delle emergenze. Ma è presente nel quotidiano vivere delle persone e delle imprese. Siccità estiva seguita da inondazioni. Mancanza di manutenzione delle dighe che costringe a sversare in mare acqua preziosa. Perdite di oltre la metà dell’acqua messa in reti danneggiate e spesso impunemente saccheggiate. Alla cui tutela non si provede da anni. Esposizione a venti e mareggiate di coste invase da orrende casette di villeggiatura, abbandonate dopo l’estate a disdoro del paesaggio.
Il palese fallimento dell’autonomia. La sua disfatta tra minuta e miserabile corruzione, spesso mascherata da quello che gli americani chiamarono onesta concussione, e disincanto civile. Un fallimento ormai di lungo periodo che non può essere occultato dalle promesse di stanziamenti copiosi che derivano dalla rimodulazione di investimenti non ancora partiti e che confermano l’inadeguatezza strutturale della finanza regionale. Che pure non sarebbe carente ove le somme stanziate fossero poi effettivamente spese. Non solo e non tanto in correnti dissipazioni e donazioni interessate. Ma in progetti volti a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Come disse Churchill una volta in un dibattito parlamentare: “Who speaks for England?”. E voleva contrastare la tendenza a ripiegare su interessi individuali o di parte. Invitare a cercare il bene comune e non solo le convenienze proprie o della propria fazione.
Un valore, quello del bene comune, divenuto un feticcio. Del quale sembra ormai si rida in privato mentre lo si loda pubblicamente. Oppure addirittura lo si ignora. Ritenendo che obbligo principale del deputato sia quello di essere rieletto. O di coprire anche per poco un ruolo di assessore con i piccoli privilegi che ne derivano. Come disse un giovane deputato veneto, mentre si discuteva di riforme elettorali alla Camera. ”la migliore riforma è quella che mi riporta qui”. Si badi, non c’è niente di male nel volere la riconferma e non si può chiedere a nessuno di operare per perdere le elezioni. Ma il problema è il prezzo che si fa pagare alla comunità. Se si tratta solo di durare a qualunque costo. Se cioè, come disse Andreotti: “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.
Allora la partita dell’autonomia, ma anche della democrazia è perduta. Restano le macerie di un ordine in frantumi. E la miseria morale che la perdita diffonde sulla comunità. Che rimedio c’è? Cambiare diventa impossibile e di Churchill in giro non se ne vedono tanti come ha argutamente notato la Finocchiaro che fu ministra qualche tempo fa. Forse quelli che vorrebbero dare alla Sicilia un’amministrazione forte, credibile, efficiente si sono appartati. E magari soffrono o vanno via. E allora? Auspicare che le cose cambino è doveroso. Un appello si può, si deve fare a chi è stato eletto. Ma se risultasse impossibile, se l’agonia continuasse, allora bisognerebbe avere il coraggio di porre in essere rimedi estremi. Non la volgare pulsione autoritaria, ingannevole e pericolosa, tornata di moda tra le grandi potenze armate. Una lunga e faticosa ricerca di maggiore democrazia e di autentica capacità politica e amministrativa. Per ridare smalto e vigore all’istituzione declinante che ormai va crollando ogni giorno di più. Invece di limitarsi a gestire il costoso e amaro declino, gridando mentre si fugge” viva la Sicilia autonoma”.


